Foa Presidente della Rai ok di Forza Italia, poi ci sarà la lottizzazione stavolta pentaleghista. Primi rumors sulle direzioni delle reti dei tg: il Tg1 ai 5 Stelle come il Tg3 (l’ex Telekabul, un tempo del Pci/Pds/Ds/Pd) ai pentastellati?

marcello foaLa nomina di Marcello Foa Presidente della Rai, bloccata a fine luglio per l’opposizione di Forza Italia e del Pd, ha avuto una svolta domenica scorsa dopo l’incontro fra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi: Forza Italia darà l’ok alla nomina di Marcello Foa in cambio di un appoggio alle elezioni regionali che si svolgeranno fra l’autunno 2018 e il 2019 in diverse regioni.  Matteo Salvini gioca la “politica dei due forni” alleanza nazionale con i 5 Stelle e locale con il centro-destra. Forte politicamente (i sondaggi sono dalla sua parte) può permettersi il condizionamento che negli anni ’80 fu dei socialisti craxiani e, in misura minore, di repubblicani, liberali e socialdemocratici.  Ma l’atteggiamento di Salvini è non gradito dai forzisti e insopportabile per buona parte della base grillina, Matteo Salvini può comunque giocare su entrambi i lati anche se, prima o poi, dovrà scegliere fra la moglie (Silvio Berlusconi) e l’amante (Luigi Di Maio).

Il Pd, in uno stato comatoso, in merito alla Rai resta solo all’opposizione:  “che cosa ha ricevuto in cambio Berlusconi” si domandano esponenti nazionali del Pd, sospetti vengono anche da molti deputati e senatori pentastellati che mal sopportano l’incontro di domenica ad Arcore di Matteo Salvini con Silvio Berlusconi. si lamentano a microfoni e telecamere spente (pena diktat, messa in minoranza all’interno del Movimento o espulsione).

.Forza Italia chiede l’audizione del futuro presidente in Vigilanza, prima della votazione della bicamerale. Una mossa che consentirà agli azzurri, che non a caso si sono astenuti oggi, di esprimersi solo dopo aver ascoltato le delucidazioni che Foa darà sul proprio mandato e respingere così le accuse di essersi piegati alle decisioni di Matteo Salvini. Il leader della Lega domani vedrà Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni a Palazzo Grazioli con la trattativa sui vertici della tv pubblica presumibilmente ormai archiviata.
Il cda dovrebbe essere convocato per venerdì alle 10 e l’iter, con l’audizione e la successiva votazione della Vigilanza, dovrebbe chiudersi martedì o mercoledì. Oltre alla modifica richiesta da Forza Italia è stato approvato un emendamento di Fratelli d’Italia, con un richiamo ai pareri favorevoli alla ricandidatura di Foa depositati dalla Lega, e due di LeU: uno che impegna il cda a procedere «senza indugio», un altro a votare entro il 26 settembre.

Se venerdì Foa sarà eletto Presidente della Rai dalla prossima settimana sul tavolo del consiglio arriveranno le prime nomine per direttori di reti, vice direttori, capiredattori ecc.  La lottizzazione è sempre esistita in Rai fin dal 1954 (data di avvio delle trasmissioni e televisive in Italia) ed anche prima (spartizione delle poltrone quando la Rai non aveva ancora avviato la tv, i partiti si accontentavano di nominare in radio, unico medium pubblico allora esistente, i propri “uomini di riferimento”.   La lottizzazione (termine coniato dal critico televisivo Sergio Saviane) è quindi sempre esistita in Rai, nonostante i proclami pentastellati di “volere togliere i raccomandati dalla Rai”.  Nella Rai di Bernabei venivano nominati o assunti quasi tutti democristiani, esponenti dei partiti laici minori (Pli, Psdi, Pri) e, per sbaglio, qualche indipendente bravo.  Massimiliano Cencelli (deputato democristiano) spiegò nel suo famoso manuale i criteri della ripartizione dei posti di potere (non solo per la Rai) in proporzione alla percentuale dei voti presi dai vari partiti e anche (all’interno della Dc) in proporzione alla corrente di appartenenza all’interno del partito.  Negli anni ’60 con il vari del primo centro-sinistra e l’ingresso dei socialisti nella “stanza dei bottoni” permise la nomina in Rai (e non solo) di socialisti o di persone di “area socialista”.  A metà degli anni ’70 il “compromesso storico”fra Dc e Pci e il consociativismo, fecero si che in Rai entrassero anche i comunisti.  Nel 1979 nacque Rai3 che originariamente doveva essere il canale televisivo interamente regionale per far fronte alla concorrenza delle nascenti tv locali, i comunisti iniziarono ad entrare a Rai3 come redattori, capo redattori, vice-direttori.   Negli anni ’80 l’allora segretario del Psi Bettino Craxi creò per la Rai il numero 643111 che non era un numero di telefono bensì le cifre assegnate ai singoli partiti: 6 democristiani, 4 comunisti, 3 socialisti, un liberale, un socialdemocratico ed un repubblicano. Nel 1987 Rai3 ebbe il suo primo direttore comunista (Sandro Curzi) quello che doveva essere il canale regionale si trasformò in Telekabul (termine coniato da Giuliano Ferrara), la Rai iniziò a rincorrere le tre reti Fininvest di Silvio Berlusconi.  L’allora Pci pur di ottenere una rete Rai (e molte poltrone sulle altre reti) di fatto faceva una tacita e falsa opposizione al via libera alle reti private di Silvio Berlusconi (vi è chi trova analogie fra l’allora Pci e l’attuale Movimento 5 Stelle il quale, pur di ottenere posti di potere nelle varie reti Rai) rinuncerebbe al “conflitto di interessi” e alla proposta del tetto massimo di pubblicità alle tv private elaborata da Vito Crimi.

Il crollo della prima Repubblica, la scomparsa dei partiti storici, crearono un vuoto di potere in Rai, quasi tutti furono pronti a proclamarsi di sinistra, la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto sembrava favorita alle elezioni politiche del 1994.  La “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e la sua vittoria fece molte conversioni sulla via di Damasco verso Forza Italia e Lega (allora guidata da Umberto Bossi).  Si trovò comunque un accordo (sempre sotto l’insegna della lottizzazione e del manuale Cencelli) fra maggioranza e opposizione.  Al Tg1 veniva nominato un esponente del partito vincitore delle elezioni, il Tg2 andava ad un esponente del centro destra, il Tg3 rimaneva sempre del centro sinistra.  Sempre nel segno della lottizzazione e del manuale Cencelli (aggiornato alle nuove forze politiche, partiti minori compresi) venivano decise le altre nomine: direttori di rete, vice direttori, direttori delle testate giornalistiche regionali, direttori dei gr e delle reti radiofoniche ecc.  L’avvento del digitale terrestre, la nascita di nuovi canali tematici (Rai4, Rai5, Radio Sport, Rai International, Rai Movie ecc. ecc.) aumentò le nomine. L’attore Luca Barbareschi dichiarò che in Rai venivano lottizzati “comunisti e mignotte del Pdl”….  

Sbiaditi ricordi della seconda Repubblica, ora abbiamo la terza Repubblica, il “governo del cambiamento”, mentre la Lega (ora nelle mani di Matteo Salvini) rivendica i suoi posti ma tramite Berlusconi garantisce rappresentanza agli altri partiti (Forza Italia, Pd, partiti minori), i 5 Stelle rivendicano la nomina di indipendenti, annunciano la “cacciata dei raccomandati in Rai e la risoluzione del conflitto di interessi.  La realtà è un’altra,  impossibile individuare chi siano i raccomandati in Rai, paradossale non definire lottizzati nomi che saranno indicati (segnalati) dai 5 Stelle, di dalemiana memoria l’annunciare rappresaglie per Mediaset per poi definire Mediaset “una risorsa per il Paese” e non risolvere il conflitto di interessi.

Già si fanno i nomi dei vari lottizzati (segnalati o “graditi” per i 5 Stelle) per tutte le poltrone Rai: dopo l’ok a Foa inizierà il toto nomine per oltre 100 posti di potere da ricoprire. I commentatori ed esperti di Rai si divertiranno, circolano già i primi nomi, ne indichiamo alcuni ricordando però il detto: “chi entra Papa in conclave ne esce Cardinale”.

In pole position per il Tg1 c’è Gennaro Sangiuliano, sostenuto dal centrodestra, a meno che la spunti Alberto Matano, gradito a M5S, che potrebbe essere dirottato al Tg2. Al Tg3 si attende la conferma di Luca Mazzà (oltre che del direttore di rete Stefano Coletta), quotati anche Milena Gabanelli, lo stesso Matano, e un editorialista de Il Fatto Quotidiano (segnalati dai 5 Stelle).  Per la direzione delle reti radiofoniche potrebbe spuntarla Paolo Corsini, per la Tgr in pole position Alessandro Casarin (in quota Lega o Luciano Ghelfi (che però potrebbe essere dirottato al Tg2).  Curiose anche le nomine (segnalazioni sempre per i 5 Stelle) per la direzione delle venti testate giornalistche regionali, per Rai Sport (Jacopo Volpi), Rai4 e Rai5.

Sarà la solita Rai all’insegna della lottizzazione (non è un reato sia chiaro)  ma i 5 Stelle? Ricordano la vicenda dei socialisti degli anni ’60 quando entrarono nella stanza dei bottoni governativa (e in Rai) le nomine venivano effettuate dal segretario del partito e dal responsabile della comunicazione (per i socialisti si alternarono Claudio Martelli che segnalò il giovane sconosciuto Enrico Mentana, Enrico Manca, poi Presidente della Rai, Paolo Pillitteri, futuro sindaco di Milano, Ugo Intini). Chi deciderà per i 5 Stelle? Luigi Di Maio, Davide Casaleggio o il potentissimo responsabile della comunicazione e portavoce del premier Conte, l’ex Grande Fratello Rocco Casalino?   Corsi e ricorsi storici: negli anni ’60 quando entrarono in Rai e nella stanza dei bottoni tutti i socialisti gioivano, si abbracciavano, solo uno di loro, un vecchio sindacalista, Ferdinando Santi, piangeva. Incuriosito un giornalista domandò a Santi il perchè delle lacrime, il vecchio sindacalista rispose: “io quelli li conoscono, non hanno mai mangiato, ora si siederanno alla tavola del governo, si abbufferanno e non si alzeranno più”.

 

 

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