Il genio fanciullesco di Bruno Munari

IL GENIO FANCIULLESCO DI BRUNO MUNARI
L’OPINIONE DELLA DOMENICA 30/6/2002

bruno munari

Bruno Munari, pittore e designer era nato da una famiglia di origini venete, precisamente di Badia Polesine. Così descrisse la sua nascita in occasione della mostra organizzata dal Comune di Milano nel 1986: “All’improvviso senza essere avvisato da alcuno, mi trovai completamente nudo in piena città di Milano, la mattina del 24 ottobre 1907. Mio padre aveva contatti con le più note personalità della città essendo cameriere al Cambrinus. Mia madre si dava della arie ricamando dei ventagli.” Il padre di Munari, sempre secondo i suoi racconti, era arrivato a Milano con 70 lire in tasca e niente di preciso davanti a sé, il giovane Bruno aiuta il padre e la madre nella conduzione dell’albergo, ma quel lavoro non gli piaceva, fin da piccolo adorava dipingere, disegnare, inventare dei giochi, delle macchine che non avevano alcun requisito di utilità. A Badia Polesine si sarebbe annoiato, ma a Milano, grazie ad uno zio ingegnere, coltiva e affina la sua passione, aiuta lo zio a disegnare dei progetti, e così inizia a guadagnarsi da vivere facendo quello che gli piaceva. Munari dipinge, disegna, inventa, crea, sperimenta, insegna, tiene occupata e sveglia la mente. E’ il 1930 è Munari crea le “macchine inutili”, che si scompongono e ricompongono continuamente, e approda alla ricerca puramente formale del secondo futurismo. Nel 1930 è fra i fondatori del gruppo MAC, unitamente ad Attanasio Soldati, Luigi Veronesi, Gillo Dorfles, e Gianni Monnet.
Ma è nell’immediato dopoguerra che la fama di Bruno Munari diventa internazionale: nel 1945, così ricordava la Milano del dopoguerra: “Milano mi dava la sensazione di una città molto grande, che non finiva mai. Tuttavia, almeno a quei tempi, Milano non aveva l’aspetto, l’atmosfera di una metropoli, era solo grande. Ma noi non viviamo tutta la città, ne viviamo una sola parte. Mi abituai presto a Milano, o almeno a quei quartieri che vivevo abitualmente. Quello che mi piaceva di questa città è che è un posto nel quale si può realizzare tutto quello che si vuole. Voglio dire, cioè, che per uno che ha dei progetti Milano è senza dubbio la città ideale. E poi mi piace la gente che vi abita. A Milano la gente è seria e comunicativa, e comunicare, io penso, è molto importante.”
Fra le opere realizzate negli anni dell’immediato dopoguerra ricordiamo: i nuovi libri per i bambini (1945), l’ora X (1945), le scritture illeggibili di popoli sconosciuti (1947), i libri illeggibili (1949). Approdato alla progettazione degli anni ’50, per oltre cinque generazioni di grafici, pittori, architetti e progettisti, Bruno Munari è rimasto il più significativo esponente di quel programma di ricerca sistematica nel campo delle arti visive inteso a rilanciare, dopo la parentesi bellica, quelle problematiche che affidavano ad una “sintesi delle arti” la risoluzione delle antinomie poste dalla modernità fra produzione industriale e tradizione artistica, tra fantasia e tecnica, tra progetto e oggetto, tra utopia e realtà, tra arte e vita. Fra le opere realizzate nel decennio che dalla ricostruzione porta al boom economico ricordiamo le pitture negative-positive, con i colori che si spostano nello spazio ottico, le aritmie meccaniche, le proiezioni a luce polarizzata, le fontane e giochi d’acqua, le forchette parlanti, le sculture da viaggio (1958), e gli avveniristici “fossili del 2000”, realizzati nel 1959.
Nel corso di una fredda serata milanese Munari presenta le sue “proiezioni dirette” nello studio 8.24 degli architetti Brunori e Ravigani, al proiettore c’era il figlio Alberto. Era una brutta sera e pioveva, era anche un giovedì e in televisione c’era Lascia o raddoppia. Un noto gallerista gli disse: “hai sbagliato serata, vedrai che non verrà nessuno”, e invece fu un successo talmente netto che si dovettero ripetere per due volte le proiezioni che consistevano in una cinquantina di vetrini preparati con materiali vari, trasparenti colorati e con frammenti di struttura elementare. “Come c’è la musica nei dischi – affermò – così ci potrà essere la pittura da proiettare”. Nonostante avesse vinto la concorrenza di Lascia o raddoppia la televisione non lascerà indifferente Munari che negli anni successivi progetterà anche scenografie smontabili per trasmissioni televisive.
Dopo la luce polarizzata (1952), le sculture da viaggio e le forchette animate (1959), Munari crea per l’architetto Melchiorre Bega, progettista del padiglione Motta alla Fiera Campionaria di Milano, la più grandiosa “macchina inutile”, alta 20 metri, costruita in ferro, con speciale cuscinetti a sfera che permettevano il movimento delle pale, era anche provvista di anelli di neon che si accendevano di notte.
Arrivano gli anni ’60 e Munari crea le strutture continue (1961), le xerografie originali (1964), la lampada di maglia (1964), il manifesto Campari per la metropolitana di Milano (oggi esposto nella collezione del Museum of Modern Art di New York), e la grafica editoriale Einaudi (1966).
Arrivano gli anni ’70 e Munari è sempre creativo: dopo l’abitacolo (1971, per la felcità dei bambini), è la volta dei giochi didattici di Danese e Messaggerie tattili per non vedenti (1976) e dei laboratori per bambini al museo (1977). Il segreto di Munari era quello di dare l’idea che tutti potevano disegnare o creare come faceva lui, o capire subito quello che faceva lui. Non è vero che ognuno non può essere un Munari, ma è probabile che tutti quelli che riescono a capire i segni dell’arte moderna si sentano, in milioni di modi, rispecchiati nei colpi d’occhio di Munari, come in molte parole in libertà dei Futuristi, artisti che hanno formato le visioni di Munari. Parlare di Munari come è stato fatto, di un geniale fanciullo e un geniale “fanciullo mai cresciuto” sembra facile e anacronistico. E’ più vero invece pensare ad un adulto che è stato bambino come tutti e che, diventato adulto, ha perfezionato un esperanto visivo tutto suo, ma capace di interloquire con le tre età dell’uomo. Munari nel corso della sua carriera fece di tutto: dipinse, disegnò, oggetti, caratteri, copertine, costruì ed inventò macchine, espose, insegnò a grandi e bambini, provocò, stimolò, si interessò di cultura. Pittore e designer, alla base della sua creazione di oggetti artistici vi era una rigorosa ricerca sulle infinite possibilità della percezione. Munari tenne corsi di design in diverse università dei cinque continenti, venne premiato col Compasso d’Oro ed ebbe una menzione notevole all’Accademia delle Scienze di York, ma gli furono conferiti anche il premio della Japan Design Foundation per l’intenso valore umano del suo design, e il premio Andersen per il miglior autore per l’infanzia.
Abbiamo mai pensato a quanto generico sia il termine “genio”? Per Munari sceglierei quello più italiano di artista leonardesco, che pochi italiani dopo Leonardo da Vinci hanno meritato. Il Comune di Milano lo celebrò nel 1986 organizzando una sua mostra espositiva a Palazzo Reale. Bruno Munari abitava in Via Colonna 39, in una casa tranquilla e discreta dove morì il 30 settembre 1998. Tanti fiori e molta commozione nella chiesa di San Pietro in Sala per i suoi funerali, alla mesta cerimonia, accanto alla moglie Dilma e al figlio Alberto, docente di psicologia all’Università di Ginevra, c’erano gli amici più intimi (fra cui Gemma Calabresi, vedova del commissario ucciso, che da molto tempo era legata da vincoli di amicizia con la famiglia Munari) e molti cittadini, in rappresentanza del Comune di Milano l’allora assessore Sergio Scalpelli.

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