Luciano Bianciardi: solo contro tutti nella Milano del boom

in L’OPINIONE 2/3/2003

luciano bianciardiLuciano Bianciardi arrivò a Milano dopo avere abbandonato nella natia Grosseto la moglie, il figlio, la madre, gli amici, un lavoro modesto ma sicuro. A Grosseto, dove era nato il 14 dicembre 1922, aveva insegnato inglese in una scuola media, e storia e filosofia in un liceo, aveva diretto la Biblioteca Chelliana, fondato con amici il Cineclub, e cominciato a scrivere caricature pungenti degli intellettuali e del ceto medio in particolare pubblicate sulla Gazzetta di Livorno e su quotidiani nazionali come L’Avanti! e L’Unità.
Milano era allora la meta di un’infinità di lavoratori in cerca di fortuna, e anche la città che attraeva più di ogni altra gli intellettuali di ogni parte d’Italia. Bianciardi vi era arrivato dietro l’invito di alcuni amici de Il Contemporaneo, rivista con cui collaborava, per partecipare alla creazione della casa editrice Giangiacomo Feltrinelli. Nel 1955 lo raggiunse Maria Iatosti, da quel momento sua compagna di vita e di lavoro. Bianciardi iniziò a tradurre dall’inglese quando ancora lavorava per Feltrinelli, e continuò la sua attività di traduttore quando, tre anni dopo, venne licenziato dalla casa editrice. Non è possibile indicare con precisione quanti libri abbia tradotto, certamente tantissimi, se si pensa che soltanto nel 1957 (anno del suo esordio come narratore con Il Lavoro Culturale) al 1962 ne aveva tradotti circa 80.
Milano a Bianciardi era risultata subito paradossalmente stretta, in un certo senso ancora più angusta di Grosseto, dove aveva vissuto il suo apprendistato culturale. Così descrisse la città nella sua prima opera di narrativa: “Milano era lontana, oltre il Po, vicino alla Svizzera, una città di fabbriche, di grandi imprese, di traffici. Gli intellettuali lassù sparivano dietro sa un grosso nome, e diventavano funzionari di un’industria, tecnici della pubblicità, delle human relations, dell’editoria, del giornalismo. Cessavano di esistere come clan, come corporazione, come grande famiglia, non erano più il sale della terra, cani da guardia della società, i pionieri dell’avvenire, gli ingegneri dell’anima. Non, non c’era altra possibilità, bisognava lavorare da noi, in provincia, nella nostra città.”
A Milano Bianciardi fu uno dei pochi a non trovarsi a proprio agio, lui, irregolare ed anarchico, ebbe sempre un rapporto problematico con la città. Dopo il licenziamento continuò nel suo lavoro di “forzato a tradurre”. Bianciardi dormiva in un albergo a Porta Venezia, poi in una pensione in Via Solferino, indi in una pensione in Piazza del Duomo, passeggiava nel quartiere di Brera. Milano continuava a non piacere a Bianciardi: “A Milano non ho amici, sono stato solo fin dal primo momento. Quando ho avuto bisogno nessuno mi ha dato una mano, e tutto questo credo mi abbia cambiato. Mi sono fatto duro, non amo più la compagnia del prossimo, e sento che l’antica vena ironica sta diventando cattiveria. Per questo amo tanto sentir parlare di Grosseto, e a volte mi sembra di aver tradito la mia città, voi amici, le mie origini, venendomene quassù. Abito all’ottavo piano di un grattacielo, vedo poco gente (soprattutto livornesi), lavoro, tremo ogni volta che suona il telefono o il campanello, perché so che quando ti cercano non sono mai buone notizie. O vogliono quattrini, o vogliono lavori finiti. Si tirano e ti tirano e ti assillano dalla mattina alla sera …”
Quella di Bianciardi in Milano fu un’integrazione scabrosa, riluttante, traumatica. Lo testimonia il suo secondo libro, intitolato appunto L’Integrazione, in cui definisce Giangiacomo Feltrinelli viene chiamato “il giaguaro”, “il tanghero” e “zampanò”. A fargli piacere Milano non servì neppure il successo riscosso nel 1962 con La vita agra, romanzo pubblicato dalla Rizzoli. Non che Luciano Bianciardi non avesse gradito il successo, ma qualcosa non gli quadrava. Non riusciva a capire come lui dedicasse un intero libro ad accusare Milano, e Milano lo portava in trionfo. “Come sono complicati gli uomini semplici”. Rifiutò una possibilità di lavoro per il Corriere della Sera offertogli da Indro Montanelli che subito aveva riconosciuto l’importanza de La vita agra. Ne La Vita agra Bianciardi racconta la storia di un’intera generazione di intellettuali, salita sui treni del dopoguerra, a cercare fortuna e vita, per ritrovarsi, a Milano, stretta tra uno spaesamento interiore e i labirinti della nascente industria culturale. Protagonista del libro è un anarchico che arriva a Milano con lo scopo di fare un attentato al Pirellone, cosa che farà anni dopo nella realtà Gino Fasulo, l’anarchico però alla fine rinuncia ai propri propositi e diventa un pubblicitario di successo. Nelle pagine di quello che rimane il più famoso romanzo di Bianciardi, da cui verrà tratto un film per la regia di Carlo Lizzani, interpretato da Ugo Tognazzi, è ritratta la capitale morale d’Italia che si avvia al boom economico, Bianciardi riversa la sua delusione, il suo rancore, con un’ironia che spesso è dissacrazione totale di tutto ciò che in quegli anni appariva efficienza, benessere, progresso; altre volte dolente constatazione del disumano esistere in una città in cui gli uomini stanno lentamente e senza rendersene conto diventando robot. Non c’è spazio della Milano del “miracolo” economico per l’uomo: la macchina spinge ai margini della strada (e dell’esistenza) chiunque abbia un “passo” diverso o non sia incolonnato, tutto in funzione delle “quattro ruote”, dei palazzoni che crescono rapidamente e che incombono sulla città e sulla vita degli uomini, dell’alacrità”. Così aveva scriveva lo stesso Bianciardi in una lettera ad un amico: “ La vita agra è la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare. Per il resto nulla di nuovo. C’è il miracolo economico, l’espansione dei consumi, il boom economico, ed anche editoriale. In cambio non si vede mai un amico, ci si accorge di essere considerati non come uomini, ma come funzioni (quello che traduce, quello che scrive, quello che dirige e così via). Si capisce anche che se per tua disgrazia crepi, gli altri ti scancellano e sei sparito… Nel libro sono pochissime le cose non vere. Non è vero, per esempio, la storia di me che faccio una buca per la strada e il comune mi paga la giornata. Non è vero che la Questura mi tenne dentro tutta la notte: mi rilasciarono immediatamente, nient’altro, credo. Tutto il resto è vero… La mia vita a Milano è stata così, anche il mio stato d’animo era quello. Dopo scritto il libro mi son sentito subito meglio. Io ho cominciato a mandare a quel paese i tafanatori, così facendo mi sono accorto che mi stimano di più”
luciano bianciadi la vita agraLa vita agra fu un successo di critica e di pubblico, ma Bianciardi, anarchico irregolare, non se ne capacitò: “avevo scritto un libro incazzato e speravo che si incazzassero anche gli altri. E invece è stato un corteo di consensi, pubblici e privati, specialmente a Milano. Dice Giancarlo Fusco che se questa città tu la aggredisci da buon pugile, la città è leale, accetta il combattimento, e dopo ti stringe la mano. Io non ci credo. Questa città è vile, perché prende a calci in bocca chi sta male, e si fa generosa con chi ha fortuna. Ora staremo a vedere. Per adesso non so proprio che altro libro scrivere. Non sono capace di buttarne fuori l’uno l’anno, come Cassola, temo fortemente che il prossimo lavoro non varrà quanto LA VITA AGRA. Ne venderò magari centomila copie, ma non riuscirò a metterci dentro la violenza del serpentone… L’aggettivo agro sta diventando di moda, lo usano giornalisti ed architetti di fama internazionale. Finirà che mi daranno lo stipendio mensile solo per far la parte dell’arrabbiato italiano. Il mondo va così, cioè male, ma io non ci posso fare nulla. Quel che potevo l’ho fatto, e non è servito a niente. Anziché mandarmi via da Milano a calci nel culo, come meritavo, mi invitano a casa loro…”
Dopo anni duri e difficili arrivò il successo di pubblico e il riconoscimento della critica, ben presto avvelenati da numerosi processi: due personaggi del libro che si erano riconosciuti nel romanzo e verso i quali lo scrittore non aveva operato alcuna “trasfigurazione” in negativo, citarono Bianciardi per danni: poco dopo l’editore Bompiani intentò causa perché La battaglia soda era stata pubblicata da Rizzoli.
Bianciradi visse in perpetua solitudine, emarginato negli anni bigotti dell’Italietta di Scelba, isolato in quella rivoluzione dei costumi, fine anni Sessanta. Fu contemporaneamente in anticipo sui tempi e in imperdonabile ritardo. Non credeva in nulla che avesse a che fare con le ideologie. Odiava le congreghe degli intellettuali, sbeffeggiava i funzionari di partito e gli iguana delle case editrici, amava solo Garibaldi, ma perché non c’era più… Cercò di essere un uomo libero, ma dentro rimase prigioniero delle sue radici, maremmano, geloso, possessivo, ossessionato dal sesso, oppresso dai sensi di colpa. Restò per sempre un uomo incapace di affrontare il proprio tempo, se non in una condizione solitaria, fu un inguaribile perdente.
Dopo il successo de La vita agra scrisse La Battaglia Sola (1967, ma pubblicato postumo, nel 1972), Garibaldi (1969), Daghela avanti un passo! e Aprire il fuoco (1970). Come giornalista collaborò con la Gazzetta di Livorno, l’Avanti! per cui curò anche la rubrica di critica televisiva Tele-Bianciardi (fra gli anni ’50 e gli anni ’60), Il Mondo, e L’Unità (rubrica Specchio degli altri) intervenendo su argomenti come la pubblicità, Il Giorno, Abc, Playmen, Epoca, Tempo Settimanale,
La vita di Bianciardi oltre che agra fu breve, la sua fu la storia di una guerra privata contro Milano, una “solenne incazzatura”, fu il suo modo di tirare le somme di una vita passata a Milano con la Maremma nel cuore e la voglia lasciarsi andare. L’ultima casa milanese dove abitò era in Via Boccaccio, un palazzo di inizio secolo, Bianciardi se ne andò, vinto dall’alcol, a soli 49 anni. Giovanni Arpino, prima di andarsene anche lui a forza di bere aveva raccontato: “l’ultima volta che l’ho visto vivo è stato nell’ottobre 1971. Ero nella sala di un grande albergo di Milano per un pranzo, roba da giornalisti e da scrittori per la presentazione di una rivista, Luciano doveva arrivare alle dieci, ma non arrivava. Era in ritardo di almeno due ore. Stravolto, barcollava. La gente lo guardava con gli occhi sgranati. Mi è crollato accanto. ‘Dio mio, Luciano’, ‘Caro mio – mi disse – sto crepando, ma ci metto troppo…’”. Alla sua compagnia Maria Iatosti diceva invece: “sopportami, duro poco”. Lei lo supplicava: “se mi ami davvero, curati, smetti di bere, guarisci”, ma lui non le prometteva di tentar di guarire, non le dava la minima speranza. Buttava via le medicine e, quando arriva il medico si chiudeva nella sua stanza. Nel 1971 venne ricoverato d’urgenza all’ospedale San Carlo di Milano dove morì il 26 ottobre, diagnosi: cirrosi epatica.

LUCIANO BIANCIARDI AL CINEMA
LA VITA AGRA di Carlo Lizzani

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