Milano il centrodestra candida sindaco Luca Bernardo, è il ventottesimo candidato, per ora, entro fine settimana la scelta definitiva, in attesa di un nuovo cambio… Giorgio Goggi, candidato sindaco dei socialisti e dei liberali, intanto espone il suo programma elettorale

Centrodestra poche idee (solo attacchi a Beppe Sala) e confuse. Dallo scorso dicembre cioè da quando Beppe Sala ha annunciato la propria intenzione di ricandidarsi, sono stati cambiati ventotto candidati. Questo a causa di una lotta per il potere all’interno dei tre maggiori partiti della coalizione e di professionisti della politica milanese che da anni occupano posti nelle istituzioni, e dal non sapere esprimere un candidato unitario. I veti maggiori sono stati posti da Fratelli d’Italia e da Forza Italia, la Lega invece ha avuto le idee chiare fin dall’inizio nel candidare un civico. In questi sei mesi abbiamo assistito ad un valzer di nomi, fra rumors giornalistici, qualche politico, molti civici, i quali sono poi stati giubilati da Fdi e Forza Italia, oppure si sono ritirati o, ancora sono stati vittime dei veti di Fdi e Forza Italia. Si è così arrivati ad escludere due validissimi candidati come Gabriele Albertini e Roberto Rasia Dal Polo, per avanzare candidature di persone sconosciute meno credibili, ma ligie ai doveri di partito, o ritiratisi in quanto non hanno avuto il benestare di tutte le forza politiche. Le ultime presunte vittime di ciò sono state Oscar di Montigny e, a quanto pare, Andrea Farinet. Il nuovo nome che circola insistentemente in queste ultime ore è quello di Luca Bernardo, responsabile della casa pediatrica del Fatebenefratelli professore della Luic di Castellanza ed ex docente della Bocconi. Farinet rimane sempre in corsa ma se la dovrà vedere con Bernardo, con un imprenditore il cui nome non è stato ancora palesato e con Maurizio Lupi politico di lungo corso (da sempre in politica…).

Il ritardo nella nomina del candidato sindaco da parte del centrodestra ha bloccato un confronto di idee sulla città fra i vari candidati sindaci (non esistono soltanto Sala e chi sarà il candidato del centrodestra ma anche altri aspiranti alla carica di primo cittadino), ciò è stato giustamente sottolineato da Giorgio Goggi, candidato sindaco per i socialisti e i liberali. Socialisti e liberali hanno espresso dal 1861 grandissimi sindaci con ottimi risultati “portando una cultura amministrativa per una città più giusta, libera, equa, per tutti, ma soprattutto capace di guardare alle molte persone in difficoltà” ha dichiarato Giorgio Goggi. A Milano è in atto un paziente lavoro per riunire le anime disperse del socialismo e del liberalismo creando una coalizione aperta al civismo alternativa al centrodestra e all’attuale centrosinistra, “al fine di avanzare una proposta elettorale autonoma e unitaria e ribadire valori della cultura amministrativa che ha sempre sorretto Milano nei momenti più difficili. Innumerevoli sono gli esempi di ottimi sindaci liberali e socialisti che Milano ha avuto dall’Unità d’Italia fino al termine della prima Repubblica. Antonio Beretta, Giulio Bellinzaghi Gaetano Negri, Giuseppe Vigoni, Giuseppe Mussi, Ettore Ponti (per i liberali), il socialista Emilio Caldara (sindaco durante la prima guerra mondiale), che, come ricorda Goggi, ricostruì la città. E, ancora, nel secondo dopoguerra, Antonio Greppi, altro sindaco della ricostruzione, Virignio Ferrari e Pietro Bucalossi, sindaci della Milano del boom economico, Aldo Aniasi (che seppe governare la città nei difficilissimi anni del terrorismo), Carlo Tognoli che “non prometteva la luna” ma rimise in piedi la città, Paolo Pillitteri, il sindaco della Milano degli anni ’80 che finì sulla copertina del Times, simbolo della città che ospitò al Castello Sforzesco il summit dei grandi del mondo, la moda, la pubblicità, Milano e l’Italia quinta potenza mondiale…. Una falsa rivoluzione giudiziaria ha poi portato alla fortissima crisi attuale, salvo qualche breve parentesi. Dopo l’immobilismo dell’amministrazione di Marco Formentini la città, superata da Roma e da altre grandi metropoli italiane, seppe ripartire grazie a Gabriele Albertini, inviso proprio all’attuale centrodestra per la propria indipendenza, Albertini infatti ha sempre privilegiato il bene della città e la competenza rispetto alla cortigianeria e al servilismo politico. Non a caso scelse proprio Giorgio Goggi, da sempre socialista, come assessore tecnico, Goggi pur facendo parte fino al termine del mandato Albertini di una giunta di centrodestra ha sempre rivendicato la sua diversa appartenenza politica. Scrive Giorgio Goggi su Arcipelago Milano: “A noi socialisti che pure da sempre siamo estranei alle destre, purtroppo non piace nemmeno quella che oggi si definisce sinistra. E’ troppo lontana da tanta parte di Milano, soprattutto dai quartieri più lontani dal centro. Inebriata dai grattacieli e dal profluvio degli investimenti immobiliari privati, rivolti ai ceti più abbienti, l’attuale sinistra si dimentica di chi ha bisogno della casa. Si dimentica della Città Metropolitana che la legge pone sotto il governo del Sindaco di Milano, il quale però l’ha completamente trascurata. Anzi oggi il Comune si chiude sempre di più al suo interno, punta ad accrescere la popolazione del capoluogo ed elabora continuamente progetti di nuove edificazioni nei punti centrali (ultimo in ordine di tempo Piazzale Loreto) lo chiama “reinventare la città” ma si attua con una grande quantità di nuovi metri cubi. Inoltre, pone barriere nei confronti della regione urbana milanese, rendendo difficile l’accessibilità ai suoi abitanti che pure tanto hanno contribuito e ancora contribuiscono alla ricchezza di Milano. E, nel fare ciò, teorizza un’ulteriore divisione all’interno dello stesso territorio urbano, pensando a quartieri che non si rapportano tra loro, dove viene scoraggiata la mobilità e l’uso del complesso della città, indebolendo, così, il senso comunitario e la condivisione. Una sinistra che non sembra avere alcuna visione di uno sviluppo complessivo della città a favore di tutti i ceti.Tant’è che nella pandemia non si è nemmeno visto l’operato di colui che per legge è il responsabile della sanità della città, ovvero il Sindaco.

Vogliamo proporre un nuovo progetto per Milano, per uscire dalla pandemia e per le generazioni future. Milano oggi ha bisogno di una rivoluzione del welfare, che veda un maggior peso del Comune, che può rivendicare il ruolo del Municipio anche nelle politiche della salute. Bisognerà ricostruire la sanità territoriale che è mancata e il Comune dovrà fare la sua parte.n Milano ha molto bisogno di una nuova stagione dell’Edilizia Residenziale Pubblica. Un nuovo Piano casa anche a livello della Città Metropolitana. Bisogna abbandonare l’urbanistica classista, che bada ai grattacieli e ai cosiddetti “interventi tattici”. E’ necessaria, invece, una vera strategia complessiva e di lungo periodo. Serve una nuova rivoluzione della mobilità che allarghi l’accessibilità urbana, metropolitana e regionale. Invece i progetti di metropolitane, che ora sono in corso di costruzione, sono gli stessi del piano del 2006 e del 2010, ma con l’eliminazione di importanti interventi. Serve una vera rivoluzione ambientale non fatta solo da divieti, ma di un ripensamento delle grandi aree da riqualificare, di aumento del verde, di una protezione dal traffico dei quartieri che non mortifichi l’accessibilità, di una nuova gestione delle acque. Una nuova stagione di decentramento, con una parte del bilancio comunale conferito direttamente ai municipi. Infine, ed è un punto fondamentale, noi proporremo al Parlamento una modifica della legge Delrio perché la Città Metropolitana elegga a suffragio universale un suo Sindaco che sia alla pari con il Sindaco di Milano. In modo che anche la Città Metropolitana possa avere voce e autonomia. Voce e autonomia di cui oggi non dispone. Che gestisca le complessità territoriali che ora sono trascurate e che possa comporre, insieme al Sindaco di Milano, gli inevitabili conflitti tra Milano e la sua Città Metropolitana. Il buon governo della città si misura nella capacità di identificarsi con tutti i propri cittadini e nello stesso tempo dei cittadini di identificarsi con l’Amministrazione comunale, e questo deve valere anche per la Città Metropolitana. Aggiungo il mio personale timore che Milano stia ora progettando il proprio declino. Milano ha sempre prosperato su un fondamentale patto sociale. Anzi, un doppio patto sociale: tra il territorio e tra i ceti. Milano non ha mai voluto allargare la propria urbanizzazione a macchia d’olio come ha fatto la gran parte delle metropoli. Storicamente, ha frenato la propria crescita per favorire lo sviluppo di tutti gli insediamenti circostanti collegandoli in un unico sistema economico che garantisce la ricchezza di entrambi: Milano e la sua regione urbana. Carlo Cattaneo lo aveva già capito e chiamava Milano “nutrice di città” perché molte ne faceva crescere al suo intorno. I cittadini della regione urbana ora vivono e lavorano nello spazio economico milanese, molti di loro lavorano anche a Milano e hanno il vantaggio di essere indipendenti sul piano amministrativo locale. Dall’altra parte la ricchezza milanese non aveva mai dimenticato gli ultimi, aveva promosso il più largo sviluppo economico della sua società, avendo realizzato il più efficiente ascensore sociale. Il patto sociale tra i ceti sta anche nell’offrire opportunità e servizi nel modo più largo. Ci sono esempi famosi. Alla fine dell’800 il ricco mercante Moisè Loira fondò la Società Umanitaria e la finanziò con un lascito equivalente a oltre 30 milioni di euro di oggi. Il Sindaco Caldara municipalizzò i tram, istituì scuole per handicappati, l’Azienda consortile di consumo per offrire generi alimentari e combustibile ai bisognosi, per fornire ampia assistenza ai reduci della Prima Guerra, fondò il Comitato Centrale di assistenza per la guerra, (non dimenticò la cultura istituendo l’Ente teatro della Scala), nacque in quel momento il detto “Milan col coeur in man”. È stato anche il primo a concepire le metropolitane: già allora era consapevole del patto territoriale. Con Caldara era Paolo Pini, medico che visitava gratuitamente i pazienti poveri, figlio di Gaetano Pini, che istituì il Pio Istituto dei Rachitici. Anche il successivo sindaco democraticamente eletto, il liberale Mangiagalli, promosse la realizzazione dell’Istituto dei Tumori e dell’Università degli Studi di Milano; quando fu necessario utilizzò le aree comunali per dare alloggio provvisorio ai senza tetto. Questo è il vero “modello Milano”: patto col territorio e patto tra i ceti. Io temo che ora, con la tendenza all’isolamento di Milano, il disinteresse per l’area urbana circostante, la mortificazione dell’accessibilità, si stiano violando questi storici patti sociali. Da qui può iniziare il declino.”

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