Milano 12 dicembre 1969 – 12 dicembre 2024, 55 anni fa la strage di Piazza Fontana

Milano venerdì 12 dicembre 1969 dopo alcuni giorni di sciopero riapre la Banca Nazionale dell’Agricoltura (detta “banca dei fattori” poiché frequentata da fittavoli e da dirigenti delle aziende agricole dei milanesi della Bassa), Alle 16,37 si ode un boato, scoppia una bomba nell’atrio della Banca, vicino alla porta si notano immediatamente sette corpi dilaniati, più in là altri feriti sotto uno strato di vetro, legni e calcinacci, si intravedono altri corpi. Sul pavimento si è aperta una voragine sul cui fondo si vedono braccia e gambe che escono dalle macerie, giungono le prime ambulanze, i primi fotografi e i primi giornalisti. Achille Serra, giovane commissario di Polizia, da poco venuto a Milano, che diventerà poi capo della Mobile, della Criminalpol e della Digos, si trova anch’egli sul luogo per dar man forte. Serra chiama la centrale e dice di mandare dieci ambulanze, lo prendono per pazzo, ma di ambulanze ne occorrono novanta. La prima benedizione alle vittime e agli agonizzanti viene data da Don Corrado Fioravanti, parroco di Cinisello Balsamo, che al momento dell’espolosione dei sette chili di esplosivo si trovava assieme ad amici nei pressi del portone della Banca, investito dallo spostamento d’aria senza riportare alcun danno, soccorre repentinamente i feriti e prega per i morti. Sul luogo della tragedia giunge intanto anche l’Arcivescovo di Milano, Cardinale Colombo, è commosso, piange disperato, si inginocchia sui corpi dilaniati. Achille Serra nota che l’abito del Cardinale, inginocchiatosi dove ci sono i brandelli dei corpi dilaniati dalla bomba, è tutto sporco di sangue.

Il quotidiano del pomeriggio La Notte esce in edizione straordinaria anticipando il concorrente Corriere d’Informazione, si comincia a fare il bilancio della strage: sedici morti e cinquanta feriti. In serata il Presidente del Consiglio Mariano Rumor indirizza al Paese un drammatico e allarmante messaggio televisivo, a Milano la gente si chiude in casa come se tutti fossero rimasti storditi dallo scoppio, le strade sono deserte, la luce spenta e la notte passa nell’incubo di trovare i carri armati davanti alla porta di casa. Ma l’indomani Milano sa trovare la forza che l’ha sempre sostenuta nelle ore difficili, riprende a vivere e assorbe il dolore nel lavoro.

Ai funerali delle vittime una folla immensa piange davanti alle bare del primo funerale di Stato, sono presenti il Presidente del Consiglio Mariano Rumor, il Presidente della Camera dei Deputati Sandro Pertini, gli onorevoli Franco Restivo e Vittorino Colombo, il sindaco di Milano Aldo Aniasi con l’intera giunta municipale e il Cardinale Colombo. Nei giorni seguenti muoiono quattro dei feriti più gravi. E’ stato intanto fermato un ferroviere anarchico, Pino Pinelli, che durante la notte muore precipitando dal quarto piano della Questura milanese. Poco dopo viene arrestato un altro anarchico, Pietro Valpreda, un ballerino che si era guadagnato da vivere lavorando con Walter Chiari, Macario e Carlo Dapporto. Valpreda è sospettato di avere portato la bomba in piazza Fontana, vi è la testimonianza di un taxista, Cornelio Rolandi, che sostiene di averlo portato sul luogo della strage lo inchiodano. Le indagini si complicano e si seguono più piste, quella altoatesina, quella della destra eversiva e, appunto, quella anarchica. Il sindaco di Milano Aldo Aniasi fa ciclostilare una manifesto ove la Giunta esprime la propria costernazione per il doloroso evento. Seguiranno anni di inchiesta, depistaggi, misteri, processi interminabili. I processi hanno accertato la matrice neofascista della strage,

Dal libro di Massimo Emanuelli ACCCADE A MILANO: NOTIZIE PERSONAGGI E SINDACI DAL DOPOGUERRA AD OGGI

Copertina del libro, al centro manifestazione del 1999 per il trentennale della strage, l’allora sindaco di Milano Gabriele Albertini, con Massimo Emanuelli e (di spalle) Aldo Aniasi, sindaco di Milano nel 1969.

La piaga della strage neofascista è ancora aperta, quasi tutti i testimoni e le vittime del tragico evento sono morti, anche Licia Pinelli, poche settimane fa, se ne è andata.

«La strage che, 55 anni or sono, colpì Milano, a Piazza Fontana, fu espressione del tentativo eversivo di destabilizzare la nostra democrazia, imprimendo alle Istituzioni una torsione autoritaria. Una ferita nella vita e nella coscienza della nostra comunità, uno squarcio nella storia nazionale. Il 12 dicembre 1969 fu una giornata in cui i terroristi intendevano produrre una rottura nella società italiana, con ordigni fatti esplodere anche a Roma, generando caos e generalizzazione della violenza. La Repubblica è vicina ai familiari delle vittime e sente il dovere della memoria. Il popolo italiano superò una prova terribile. Fu anzitutto l’unità in difesa dei valori costituzionali a sconfiggere gli eversori e a consentire la ripresa del cammino di crescita civile e sociale. Milano fu baluardo e tutto il Paese seppe unirsi. Preziosa eredità e, al tempo stesso, lezione permanente giacché non era scontato. Seguirono tentativi di depistaggio e di offuscamento della realtà. L’impronta neofascista della strage del ’69 è emersa con evidenza nel percorso giudiziario, anche se deviazioni e colpevoli ritardi hanno impedito che i responsabili venissero chiamati a rispondere dei loro misfatti. La pressante domanda di verità da parte dei cittadini ha sostenuto l’impegno e la dedizione di uomini delle Istituzioni, consentendo di ricomporre il criminale disegno e le responsabilità. Verità e democrazia hanno un legame etico inscindibile. Aver ricostruito la propria storia, anche laddove essa è più dolorosa, è stata condizione per trasmettere il testimone alle generazioni più giovani, a cui tocca ora proseguire il percorso di civiltà aperto dai nostri padri nella lotta di Liberazione e nella Costituzione» ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

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