Milano 2021. Beppe Sala mentre il centrodestra cerca ancora il proprio candidato sindaco. Le caratteristiche del sindaco di Milano ideale

Milano nella sua storia – scriveva Indro Montanelli – ha sempre saputo scegliere se non il meglio il meno peggio. Il più grande giornalista italiano si riferiva al capoluogo lombardo partendo dall’amministrazione di Maria Teresa d’Austria che seppe scegliere il gotha dell’intellighenzia cittadina fra i propri collaboratori. E, via via, nel corso dei secoli così è sempre stato. La città è sempre stata controcorrente, mentre il resto del Paese faceva altre scelte. Per quanto riguarda la seconda metà del XX secolo, nell’immediato dopoguerra, mentre il resto d’Italia si affidava ai due elefantoni (Democrazia Cristiana e Partito Comunista) Milano si affidava alla tradizione del riformismo socialista, che proseguirà fino al 1993. Antonio Greppi, il sindaco della Liberazione, che rimase in carica fino al 1951 riprendeva la tradizione dei sindaci socialisti di inizio secolo (Emilio Caldara ed Angelo Filippetti). Antonio Greppi riuscì a conciliare il suo essere cattolico e socialista, con lui Risorgeva Milano come il titolo di un suo stupendo libro la cui lettura consiglio. Fu proprio Antonio Greppi a far risorgere Milano provata dai disastri della seconda guerra mondiale. Il medico Virginio Ferrari (sindaco dal 1951 al 1960) mise le basi per la Milano del 2000, gestì con lungimiranza l’immigrazione dal Sud Italia, integrò e milanesizzò gli italiani provenienti dal Sud. Ferrari al termine del mandato, dopo avere fatto per breve tempo il deputato si ritirò n una casa di riposo per anziani che lui stesso aveva contribuito a fare costruire, dove morì, solo e dimenticato da quasi tutti. Nel 1960 venne nominato sindaco Gino Cassinis, eminente scienziato, Rettore del Politecnico, membro dell’Accademia dei Lincei, con lui si aprì la stagione a Milano (e poi a livello nazione) la stagione del centrosinistra (alleanza Dc-Psi), Cassinis fu eletto dal consiglio comunale a 75 anni avanzati, fu l’unico sindaco del dopoguerra a morire durante il mandato. Pensando a Cassinis mi torna subito alla mente una sua frase: un sindaco può fare tanti miracoli ma non può alzare di un millimetro lo spessore culturale ed umano dei suoi consiglieri…” Eppure nella giunta Cassinis vi erano uomini destinati a diventare ottimi amministratori: il vicesindaco Luigi Meda, Piero Bassetti (futuro primo Presidente della Regione Lombardia), Aldo Aniasi (futuro sindaco di Milano) e un giovane non ancora trentenne: Bettino Craxi.

Nel 1964 si insedia Pietro Bucalossi cancerologo di fama internazionale, Presidente dell’Istituto dei Tumori di Milano, fu un sindaco incompreso, litigava spesso con tutti, anche con gli esponenti del suo partito, ma lo faceva per il bene della città. Egli stesso, all’atto del suo insediamento, dichiarò: “nella vita la cosa che mi piace di più è litigare”, il democristiano Caio Mario Cattabeni ammonì i consiglieri comunali dicendo: “quell’uomo è capace di tutto”. Milano aveva bisogno di denaro, e il Sindaco mandò a Roma i suoi assessori a “batter cassa” dal ministro del Tesoro. Bucalossi, pretendeva maggiore autonomia da Roma: “Milano può e deve fare da sé”. Le autostrade, l’aereoporto di Linate (che a differenza di quello romano di Fiumicino fu realizzato senza alcun contributo da parte dello Stato), il nuovo mercato ortofrutticolo, l’ospedale San Carlo, abitazioni, un ottimo servizio di refezione scolastica, il raddoppiamento delle aree verdi, la realizzazione di parchi attrezzati e grandiosi come il Forlanini.
Bucalossi tagliò altre spese, a parer suo superflue: le spese per i viaggi, le spese di rappresentanza, e varie consulenze. La sua battaglia era contro Roma che voleva ridurre le poche autonomie comunali, contro i partiti spenderecci, inclini ad indulgere ai favoritismi e ai corporativismi, contro i dipendenti comunali spinti a chiedere incongrui livellamenti e facili massimalismi. Quando i dipendenti comunali scioperavano il sindaco era contento perché così il Comune avrebbe risparmiato. Luigi Meda, suo vice, si rivelò una preziosa spalla: se il Sindaco era impulsivo, iracondo, a volte imprudente, anche se in buona fede, pronto a polemizzare sia con l’opposizione che con i propri alleati di giunta, Meda fu l’opposto: bonario, mediatore, ad ogni contrasto fra uomini e gruppi, possedeva la grande virtù di ridimensionare tutte le questioni col suo buon senso.  Nel 1966, con la morte di Meda, che fino a quel momento aveva frenato i colpi di testa del Buca, il sindaco fu di fatto isolato e si dimise nel 1967 con un discorso che molti suoi successori nella seconda Repubblica, (eccezion fatta per Gabriele Albertini, che, a parer mio, per certi versi assomiglia molto a Bucalossi) non tennero presente:

“I partiti hanno creato un sistema, i segretari di partito sono sempre più invadenti. La Costituzione non prevedeva nulla di questo. Speravo di riuscire a modificare qualcosa stando dentro, ma ho sperimentato che è impossibile, anche se non ho perduto del tutto la speranza che alla fine si riesca a superare questa situazione…”.  Bucalossi lasciò il Psi per passare con i repubblicani e con i liberali, nel 1980, antesignano dei tempi, si presentò con una lista civica autonoma contro i partiti, contro l’invadenza romana, fra i candidati vi erano l’amico Roberto Bernardeli, Roberto Speroni e un certo Umberto Bossi… Il giudizio sulle qualità e sul pessimo carattere di Bucalossi fu unanime sia da parte dei politici che da parte dei suoi allievi prediletti: “burbero e aggressivo” dicevano Umberto Veronesi, e Gianni Bonadonna “intransigente, intellettualmente onesto… le sue qualità di fondo che furono enormi le espresse attraverso due passioni che lo assorbirono totalmente la cancerologia e la politica. Con entrambe si tolse tutte le soddisfazioni, compresa quella che gli stava molto a cuore, di farsi molti nemici” e ancora Bruno Salvadori suo successore alla chirurgia generale: “uomo severissimo, un carattere ruvido, …di una franchezza che rasentava la villania…maestro di medicina…assolutamente refrattario ad ogni lusinga del danaro.”

Successore di Bucalossi fu Aldo Aniasi con il quale proseguì la tradizione riformista anche Iso spezzò la tradizione dei sindaci per chiara fama: non scriveva poemi come Greppi, non era professore come Ferrari, Cassinis e Bucalossi, non veniva dal notabilito lombardo, né dalle zone kennediane della borghesia ricca e cattolica, né dalle grandi famiglie industriali spesso rimproverate di rimanere estranee alla politica. Un “uomo grigio” che capovolse la situazione di Milano ponendo al centro della città gli uomini grigi rispetto ai notabili. Ma saranno appunto gli “uomini grigi,” a far correre Milano. Anasi sapeva intrattenersi con la vecchietta e con l’intellettuale, supplendo ai limiti culturali con l’intelligenza e l’arte di saper ascoltare, considerava fondamentali i rapporti con i giornalisti fin dai tempi in cui era assessore. Aniasi governò la città in un un momento difficile, Milano era in preda al terrorismo, ma seppe con lui Milano reagì e seppe rispondere allo stragismo e alla lotta armata.

Carlo Tognoli, sindaco dal 1976 al 1986, fu un altro “uomo grigio”, studente lavoratore, che dopo avere fatto una gavetta politica stupì tutti con il proprio lavoro ed entrò immediatamente nel cuore dei milanesi. Tognoli fece tantissime cose, le ho elencate in un mio libro, la più importante fu quella di fare uscire Milano dagli anni di piombo e di riportare i milanesi alla vita. Carletto, come lo chiamavano gli amici, oltre alla realizzazione di tante cose, gettò le basi di molti progetti che saranno realizzate dal suo successore Paolo Pillitteri. Pillitteri arrivò alla politica per caso, avrebbe voluto fare il giornalista, il critico cinematografico, il cineasta, l’uomo di cultura cosa che poi riprenderà a fare conclusasi la sua esperienza politica. Durante il suo mandato Milano diventa città europea, il Times le dedica una copertina, sono gli anni della “Milano da bere” (stupendo slogan creato per la Ramazzotti da un amico comune, il compianto Marco Mignani), del terziario, della pubblicità, della moda, delle televisioni private, della linea 3 della metropolitana. E, ancora: Tecnocity, Montecity, il Portello, la ristrutturazione della zona Bicocca. Anni (e slogan) poi demonizzati dagli esponenti di una falsa rivoluzione che poi prenderanno il potere (destra e sinistra) distruggendo l’Italia e portandola in una crisi senza precedenti nella storia. Anche Milano si fermò per un quinquennio per poi risalire con un altro grande sindaco, Gabriele Albertini. Albertini riprese alcuni lavori progettati da Pillitteri e arrestatisi durante il mandato di Marco Formentini.  Eccezion fatta per Gino Cassinis, Carlo Tognoli nessuno era milanese di nascita, ma Milano, integra, “milanesizza” (parole di Indro Montanelli)-

Sindaco dalla fine del 1991 all’estate 1993 fu Giampiero Borghini giornalista, uomo di cultura, averebbe potuto essere un degno successore di Paolo Pillitteri, comprese che il comunismo era stato sconfitto dalla storia e che il riformismo socialista democratico era dalla parte della ragione, ma, parafrasando il titolo di un libro di Massimo Fini “La ragione aveva torto” Borghini comprese ciò proprio quando una falsa rivoluzione pazzava via i partiti che avevano dato democrazia stabilità e benessere a Milano e all’Italia e e un gogna giudiziaria colpiva la sua maggioranza. Di Borghini, rimase in carica poco, ha vaghi ricordi, in occasione della campagna elettorale del 1993 mi diede l’impressione, magari sbagliata, di essere un uomo (per i tempi che si vivevano) che aveva paura della sua ombra.

Nel 1993 iniziava l’elezione diretta del sindaco non vinse Marco Formentini ma decise di perdere il centrosinistra candidando Nando Dalla Chiesa emblema (non la persona ma la coalizione che lo sosteneva) del giustizialismo. Milano da sempre democratica, moderata, riformista, non ha mai amato le gogne, i processi sommari. Fra il sangue e l’estremismo ha preferito il nulla dell’allora Lega di Marco Formentini. Sia chiaro persona onesta e simpatica Formentini al quale vanno attribuite due cose nei quattro anni (allora il mandato era di soli quattro anni) della sua legislatura: avere ristrutturato piazza San Babila e avere avuto quale consigliere comunale un ragazzo che di strada ne farà: Matteo Salvini. Non essendo stato molto in confidenza con Marco Formentini (a differenza che con molti suoi predecessori e alcuni suoi successori), non posso sapere se egli e gli altri consiglieri comunali leghisti avessero intuito le doti comunicative del giovane Salvini, come le intuimmo io e l’amico e collega Roberto Poletti. Nel 1997 arrivò Gabriele Albertini, sottovalutato e sbeffeggiato dalla sinistra, che pareva più impensierito dalla candidatura a sindaco di Gianfranco Funari (la lista poi non si fece, ma mi divertii molto con Gianfranco, Funari era fatto così: era Funari, imprevedibile, genio e sregolatezza, prendere o lasciare). Albertini si pose quale obiettivo di essere “amministratore di condominio”, all’atto del suo insediamento firmò una lettera di dimissioni in bianco. Nei nove anni della sua amministrazione Albertini dimostrò con i fatti, e non con le parole, quel che realizzò e gettò le basi per la Milano futura.

Nel 2006 arrivò Letizia Moratti, piglio manageriale, ottima famiglia milanese, la prima donna sindaco di Milano che dopo un buon avvio, con alcuni assessori di spicco, in primis Vittorio Sgarbi, inanellò una serie di errori sui quali non voglio tornare visto che sarebbe ingeneroso e considerato che anche qualcuno più noto ed addentro alle questioni comunali del sottoscritto se ne è occupato in alcuni editoriali e in un libro. A difesa di Letizia Moratti posso però ricordare tre cose: la vittoria di Expo, l’avere nominato assessore Vittorio Sgarbi (anche in questa occasione fui indiretto testimone dei fatti) grandissimo uomo di cultura, ma anche l’avere fino ad un certo punto sopportato i suoi “colpi di testa” giusti o sbagliati che fossero…

Nel 2011 dopo 18 anni di governo del centrodestra si affermò a sorpresa, ma non per me, il centrosinistra. Compresi che per Letizia Moratti non sarebbe stato facile essere rieletta da tre fattori, poco dopo l’ufficializzazione della sua ricandidatura la sindaca organizzò un incontro in centro a Milano, erano presenti dieci persone: io e altri quattro giornalista, sei fra i suoi assessori ed aspiranti candidati. Mi dissi: “se il sindaco uscente coinvolge dieci persone, delle quali sei schierati incondizionatamente con lei, o la manifestazione è stata mal organizzata, o poco pubblicizzata, o per la povera Donna Letizia (definizione di Vittorio Sgarbi) la campagna elettorale sarà difficile. Il centrosinistra, dal canto suo, inizialmente candidò l’architetto Stefano Boeri, persona di indiscusso valore, ma che non sarebbe stato accettato dai milanesi per ragioni storiche, esultanti dalla sua persona. A sorpresa però le primarie furono vinte da Giuliano Pisapia. Avevo solo incrociato Pisapia, mentre avevo conosciuto meglio suo padre, il compianto Giandomenico, ma mi erano note le sue posizioni garantiste, pur essendo schierato più a sinistra del Pd, inoltre Pisapia è un rappresentante della tipica borghesia milanese, borghesia milanese che, credo, non sopportando più la signora Moratti non andò a votare o, per ripicca o per convinzione, votò Pisapia.

Le ragioni della mancata ricandidatura di Pisapia mi sono oscure in quanto non solo non ho mai avuto confidenza con Pisapia, ma anche perchè come giornalista non seguii la questioni amministrative del suo mandato occupandomi in quel periodo di questioni nazionali inerenti lo spettacolo. Verso la fine del 2015 mi trovai, per caso, coinvolto come non mai, addentro alla campagna elettorale milanese. Ritrovai Stefano Parisi, che conobbi molti anni prima allorquando scrivevo una storia di Milano dal 1945 al 2002 e conobbi Beppe Sala. Mi astengo dal commentare questioni troppo recenti e nelle quali mi sono trovato testimone diretto dei fatti anche se poi qualcuno ha sopravalutato il mio ruolo mentre qualcun altro lo ha sottovalutato… Quel che continuo a ribadire da allora, e ribadisco anche oggi è che le elezioni amministrative del 2016 non le vinse Beppe Sala, ma decise di perderle Stefano Parisi. Parisi che nel 2018, con onestà intellettuale, ammise alcuni suoi errori, lievi sia chiaro, ma che gli furono fatali.

Milano 2021 Beppe Sala e la sua squadra sembrano l’envencibile armada il centrodestra arranca stanno girando tanti nomi, ma uno solo, a parer mio, potrà competere con Sala, mentre gli altri, sempre secondo il mio modesto parere, pur rispettabilissimi, lasceranno a Sala la vittoria, nonostante alcuni suoi errori, rimediabili sia chiaro, non riusciranno a spuntarla sul sindaco uscente.

Il centrodestra ha perso le elezioni negli ultimi dieci anni non tanto per merito della sinistra post comunista, ma per clamorosi autogol dello stesso centrodestra.

Non è necessario essere conosciuti, serve un “uomo grigio” (caratterista di Aldo Aniasi), che sappia interloquire (senza venature populiste) con l’anziano e il giovane, con gli imprenditori e i lavoratori, con i disoccupati e i sottoccupati, con l’intellettuale e la nonnina. Serve un manager, un self made man, una persona civica, slegata dai partiti (come fu Albertini e pur, con la zavorra di una sinistra talebana, è stato Sala prima di certe uscite irresponsabili nel corso dell’era covid, ricordo a Sala che Milano non perdona). Una persona di media età (eccezion fatta per Gino Cassinis diventato sindaco in età avanzata, l’unico sindaco di Milano deceduto durante il mandato) gli altri sindaci avevano, al momento della loro elezione fra i 40 e i 58 anni. Il sindaco non deve mai sottrarsi al lavoro, all’ascolto di tutti, mai sottrarsi agli incontri, rispondere sempre a tutti. (Rispondi sempre a tutti se non altro per educazione mi diceva, riferito ai lettori, Gigi Vesigna mio maestro di giornalismo). Negli ultimi anni vi sono stati alcuni sindaci che si sono chiusi nei palazzi del potere, nella Milano “bene” e che hanno dialogato solo con i partiti che li sorreggevano…

Negli ultimi anni pur confermando le caratteristiche dei grandi sindaci del dopoguerra cambiando il mondo e trovandosi la città in un momento drammatico vi sono anche altre esigenze da parte dei milanesi. Il sindaco deve avere un’ottima capacità comunicativa, essere anche un manager (slegato però da logiche partitiche), non essere coinvolto (a nessun titolo) nel passato politico, recente o lontano.

Le caratteristiche dell’ottimo sindaco di Milano sono quindi tantissime, molte, forse troppe. Il centrosinistra ha individuato Beppe Sala credendo (a ragione o a torto) che il primo cittadino uscente abbia tutte queste caratteristiche, il centrodestra esita nella scelta del candidato, vi è una girandola di nomi, tutte brave persone sia chiaro (mi riferisco a coloro che conosco personalmente) però, a parer mio, solo una di queste persone ha tutte le caratteristiche per dare del filo da torcere e addirittura giocarsela con Beppe Sala sul filo di pochi voti. Beppe Sala vincente? Beppe Sala invincibile? Soltanto un clamoroso autogol del centrodestra non tendendo presente delle caratteristiche sopra elencate (ripeto uno dei candidati a parer mio ha queste caratteristiche) potrebbe riconsegnare Milano a Beppe Sala.

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