I sindaci socialisti e liberali di una grande Milano che oggi non c’è più, ora tornano i socialisti e i liberali era ora

C’era una volta l’Italia liberale (i liberali sono alleati con i socialisti a Milano) c’era la Milano liberale 1861-1901 con ottimi sindaci, poi arrivò la Milano socialista riformista con Emilio Caldara, altro ottimo amministratore, quindi Angelo Filippoetti altro ottimo amministratore seppur anarchico socialista (o massimalista, casinista, pasticicone). Arrivò quindi il regime fascista e la dittatura, Emilio Caldara tornò alla professione forense e ai funerali di Filippo Turati disse a Caldara: “un giorno il fascismo cadrà e tu sarai il sindaco di questa città”. Ad essere sincero anche durante il fascismo la macchina comunale socialista non venne smantellata (come poi fecero gli ultimi tre sindaci della Seconda Repubblica), persino fra i Podestà vennero scelti i “meno peggio” (cit. Indro Montanelli). Del resto gli attuali fascisti sono soltanto vecchie ciabatte della politica (De Corato, La Russa ecc. in politica da oltre 50 anni…) oltre ad una pletora di opportunisti provenienti da Pci-Pds-Ds.Pd, dalla Lega, da Forza Italia ecc. Nel 1945 cadde il fascismo e Antonio Greppi venne nominato dal Cln sindaco di Milano e poi eletto dai cittadini nel 1946. Iniziò la Milano socialista e socialdemocratica (con i liberali in giunta spesse volte), Risorgeva Milano era il titolo di un libro di Antonio Greppi che aveva fatto risorgere la città, il suo lavoro fu proseguito da Virginio Ferrari (un medico che non girava certo con la pistola come il candidato Bernardo…, Ferrari fu il sindaco che progettò la Milano del boom economico, dell’immigrazione dal Sud, le case popolari e tante altre cose. Poi fu la volta di Gino Cassinis (rettore del Politecnico, l’Università dove ha insegnato anni dopo Giorgio Goggi, nostro attuale candidato sindaco), vice sindaco di Cassinis fu Luigi Meda, cattolico figlio del fondatore del Partito Popolare, fra gli assessori Piero Bassetti, Bettino Craxi ed Aldo Aniasi (futuro sindaco di Milano). Eminente scienziato, presidente dell’Accademia dei Lincei, attivista socialdemocratico, probo, lavoratore indefesso, ricco di humor, una volta uscì con una sua significativa battuta circa la composizione del consiglio comunale milanese: “compiangetemi pure, un sindaco può fare tante cose magnifiche, ma non può alzare di un millimetro la statura dei suoi consiglieri”. Nel 1964 arrivò Pietro Bucalossi che conobbi quando non era più in carica negli anni ’90, era molto anziano e solo, non concedeva interviste.. Toscano di San Miniato, cancerologo di fama mondiale, presidente dell’Istituto dei Tumori, proveniente da Partito d’Azione poi confluito con i socialdemocratici, Bucalossi era stato l’anima e lo stimolo della giunta Cassinis. Fu il quarto medico sindaco della città, dopo Filippetti, Mangiagalli e Ferrari (tutti si rivolteranno nella tomba pensando alla rozzezza e allo squallore di Luca Bernardo….

Appena eletto sindaco Bucalossi si dimise dall’Istituto dei Tumori (il suo lavoro sarà proseguito dall’allievo prediletto, il professor Umberto Veronesi) e dalla Camera dei Deputati (gli subentrerà l’ex sindaco Ferrari). Agli anni del boom subentrano quelli della crisi economica. Bucalossi era ossessionato dal pareggio del bilancio, fu un sindaco turbolento ed impulsivo, in polemica con tutto e con tutti, anche col suo partito, annunciò subito una politica di “economie fino all’osso”, inaugurò però la linea 1 una della metropolitana e molte case popolari. Venne rieletto alle elezioni del novembre 1964, nonostante l’avanzata dei comunisti. Brutale ma veritiero il suo commento mentre faceva roteare in modo nevrotico, l’orologio da taschino appeso alla catenina: “I socialisti – disse alludendo alle migliaia di lavoratori per cui erano state costruite le abitazioni popolari – gli hanno dato casa e loro hanno votato per il Pci” sibilò con il suo profilo pallido, afflato e spettinato che lo faceva assomigliare ad un violinista polacco. Bucalossi focalizzò la sua attenzione sulla riduzione delle spese di rappresentanza, aumentò il prezzo del biglietto del tram da 70 a 100 lire per far fronte al disavanzo dell’Atm. Milano aveva bisogno di denaro, e il Sindaco mandò a Roma i suoi assessori a “batter cassa” dal ministro del Tesoro. Bucalossi, pretendeva maggiore autonomia da Roma: “Milano può e deve fare da sé”. Le autostrade, l’aereoporto di Linate (che a differenza di quello romano di Fiumicino fu realizzato senza alcun contributo da parte dello Stato), il nuovo mercato ortofrutticolo, l’ospedale San Carlo, abitazioni, un ottimo servizio di refezione scolastica, il raddoppiamento delle aree verdi, la realizzazione di parchi attrezzati e grandiosi come il Forlanini. Luigi Meda, suo vice, si rivelò una preziosa spalla: se il Sindaco era impulsivo, iracondo, a volte imprudente, anche se in buona fede, pronto a polemizzare sia con l’opposizione che con i propri alleati di giunta, Meda fu l’opposto: bonario, mediatore, ad ogni contrasto fra uomini e gruppi, possedeva la grande virtù di ridimensionare tutte le questioni col suo buon senso. Il 12 dicembre 1966 Meda morì, e nessuno riuscì più a fermare i “colpi di testa” del Buca, che rimase sempre più solo ed isolato. Paolo Grassi e Giorgio Strehler polemizzarono col Sindaco, reo di avere ridotto i finanziamenti al Piccolo Teatro, “perché il Comune deve dare quattrini a tutti?” ripeteva nelle riunioni di giunta, tambureggiando impaziente le dita sui tavoli, quasi a volere interrompere le lagne degli interlocutori. “Sta scritto nella Costituzione che noi si debba tenere in piedi un circolo, un teatro, un premio?” Bucalossi abolì la consuetudine di far servire da ditte specializzate private cene nella Sala Alessi per rifocillare i consiglieri comunali quando le sedute si protraevano. Abituato a vivere con un tramezzino e un bicchiere d’acqua sostituì le cene con dei volgarissimi panini. Bucalossi passò da una politica di investimenti ad una di risparmio. Bucalossi si scontrò con Bettino Craxi che gli disse: “Ricordati che un sindaco che non va d’accordo col segretario del suo partito fa poca strada”. Fra Craxi e Bucalossi era polemica continua, il primo voleva una giunta dinamica, impegnata in grandi progetti per una città europea, il sindaco era invece ossessionato dal pareggio del bilancio, pur di farlo quadrare arrivò ad ipotizzare la vendita della Galleria, il salotto dei milanesi, ai privati. Craxi sognava una Milano europea, colta, dinamica, efficiente, fatta di architetti, di intellettuali, di politici moderni, di cineclub, di arte, di imprenditori dinamici, Bucalossi era un uomo dell’800: sempre attento alle cinque lire. Quando il Comune di Milano rese pubblico l’acquisto dell’ex Palazzo Reale dallo Stato, in cambio dell’ex Ospedale Sforzesco e di 500 milioni, Bucalossi tuonò contro “l’ennesimo sperpero dell’amministrazione comunale”. Alla fine del 1967 Bucalossi, ormai isolato, prese contatto coi vertici nazionali del Pri per candidarsi alle elezioni politiche, e si dimise dalla carica di sindaco. A chi gli raccomandava di non aprire la porta, con le sue dimissioni, a uomini che non avrebbero avuto la sua coscienza e la sua probità rispose: “Non sono certo io l’autore di una crisi, altri hanno predisposto situazioni che non possono permettere di mantenere in vita una parvenza di amministrazione che neppure il calendario dei buoni propositi potrebbe giustificare. Attardarsi su posizioni di stallo costituisce danno per la nostra comunità, un danno peggiore di qualsiasi altra soluzione. L’unico contributo che possa dare alla necessaria evoluzione sono le dimissioni”. Deputato nelle fila del Pri alle politiche del 1968, ministro della Ricerca Scientifica e Tecnologica nel IV governo Rumor, Ministro dei Lavori Pubblici nel IV governo Moro, e vice-presidente della Camera. Ancora consigliere comunale, stavolta nelle fila del Pri che poi abbandonò per passare con il Pli. Bucalossi cambiò molti partiti, ma, a differenza dei professionisti della politica attuali, non lo fece mai per opportunismo, ma per ideologia: invece di guadagnare poltrone le perdeva. Nel 1980 si presentò nella lista civica Il Melone, il cui simbolo era melone con un Duomo stilizzato, il programma era: “Rendere ufficiale lo strumento del dissenso. Non vogliamo essere definiti come un nuovo partito, consideriamo l’arco costituzionale ‘incostituzionale’, ci battiamo contro la lottizzazione e speriamo di far confluire su di noi il consenso di coloro che, nel corso delle ultime elezioni, hanno votato scheda bianca, hanno annullato il voto, o non si sono recati alle urne in segno di protesta”. Fu il candidato più votato della lista ma Il Melone non otterrà il quorum e perciò non rientrò a Palazzo Marino; fra gli altri candidati c’erano Roberto Bernardelli, e un certo Umberto Bossi, che ottenne soltanto 5 voti di preferenza personale. Bucaolossi fu l’ultimo esponente della generazione di inizio secolo, si recava dalla sua casa di via Bigli a Palazzo Marino, ma anche da Palazzo Marino all’Istituto dei Tumori, con le proprie gambe, disdegnava macchine, autisti, biciclette e perfino il tram. Mi sono soffermato sulla figura di Pietro Bucalossi poichè avendolo solo visto e studiato dal punto di vista storico sono più obiettivo, i sindaci socialisti successivi (Aldo Aniasi, Carlo Tognoli e Paolo Pilliteri li ho conosciuti personalmente e frequentati, non sarei obiettivo).

Aldo Aniasi “il sindaco delle giunte rosse” seppe governare la città in uno dei momenti più difficili del XX quello del terrorismo, costruì tantissime scuole, case popolari, le Civiche Scuole del Comune di Milano diventarono il fiore all’occhiello non solo italiano ma internazionale. Assessori con Aniasi furono Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri (il migliore assessore alla cultura che abbia avuto Mlano) entrambi suoi successori quali primi cittadini. Il grandissimo e rimpianto Carlo Tognoli fece tornare i milanesi delle piazze, Milano ripartì dopo gli anni bui del terrorismo vennero realizzate tantissime opere pubbliche (urbanistica, trasporto) inutile elencarle tutte ci sono interi libri e soprattutto il ricordo dei milanesi di Carletto. Nel 1986 diventò primo cittadino Paolo Pilltteri, furono gli anni della linea 3 che avanza, della tv pubblicità, della moda, della tv commerciale (purtroppo però le tv private sparirono inglobate da un imprenditore che quando scoppiò Tangentopoli con le sue tv nazionali plaudì’ al massacro dei socialisti inneggiando ai giudici, cambiò idea quando la magistratura iniziò a colpire lui… e trattò i socialisti come appestati….).

Durante il mandato di Paolo Pillitteri Milano finì sulla copertina del Times, venne creato dal pubblicitario Marco Mignani lo slogan “Milano da bere” per la Ramazzotti, slogan che poi venne demonizzato durante gli anni del terrorismo giudiziario di Tangentopoli. Milano se la sono bevuta tutti i sindaci della seconda Repubblica eccezion fatta per l’ottimo Gabriele Albertini il quale premiò la competenza e la professionalità e non la cortigianeria politica senza alcuna competenza. Non è un caso che Giorgio Goggi, senza rinnegare la sua storia socialista, venne chiamato proprio da Albertini come assessore.

1999 Castello Sforzesco Serafino Cagnetti (responsabile cerimoniale del Comune di Milano), l’ex sindaco Aldo Aniasi, il sindaco Gabriele Albertini e Massimo Emanuelli.

Dopo Albertini Milano è stata governata da una petroliera, da un avvocato borghesuccio dei salotti (però garantista) e da un manager che parte con la Moratti poi si trasforma in renziano, oggi è verde (ma se sarà ballottaggio sarà verde di rabbia ahah) domani chissà cosa diventerà. La nostra non è un’operazione da nostalgici, vogliamo riunire le membra sparse del socialismo e del liberalismo milanese, ci rivolgiamo anche a tutti coloro che votavano socialista ed anche a quelli che non votavano socialista che ora dicono “si stava meglio quando si stava peggio”, nonchè ai giovani che stanno conoscendo questa gloriosa storia. Nel Psi nazionale c’era un’assemblea che il compagno Rino Formica definì “dei nani e della ballerine” eppure quell’assemblea, che era soltanto un organo consultivo di partito senza alcun potere, c’erano personalità del calibro di Federico Fellini, Umberto Veronesi, Sandra Milo, Lucio Dalla, Mario Soldati ed altri. Però è vero che c”erano anche Renato Brunetta e Silvio Berlusconi… Nella seconda Repubblica i nani e le ballerine sono finiti al governo, nei consigli comunali e addirittura a fare anche i sindaci di Milano o i candidati sindaco di Milano per il centrodestra e per il centrosinistra.

2021 Nè con Sala nè con Bernardo oggi votiamo Goggi. Se Beppe Sala (o Maurizio Bernardo) vincerà al primo turno, mi complimenterò con loro. Ma se sarà ballottaggio, forse ci vediamo al ballottaggio….

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