Governo Di Maio/Salvini, il toto ministri

matteo salvini luigi di maio

Da ieri sera i giornalisti che conoscono i retroscena della politica avendo a che fare direttamente con i politici si divertono ad ipotizzare il nome del premier e dei futuri ministri.  Ecco alcune previsioni, ma sia chiaro io non ne indovino mai una… Quando nel 2015 iniziai a parlare di “convergenze parallele” fra Lega e 5 Stelle, e quando, in tempi più recenti, nel febbraio 2018 e il 5 marzo 2018, il giorno dopo le elezioni, parlai di governo Di Maio/Salvini venni insultato e minacciato in rete da parte di alcuni ultrà pentastellati, elettori che votano simboli e uomini politici senza conoscerli.

Presidente del Consiglio potrebbe essere un ex lettiano: Enrico Giovannini, già ministro del Lavoro nel governo Letta e Presidente dell’Istat, in alternativa (ma meno accreditata) l’ex finiana (oggi leghista) Giulia Bongiorno (ministro della giustizia in pectore in alternativa alla grillina Paola Giannetakis o a Nicola Molteni). I leader di Lega e M5S potrebbero essere vicepresidenti del consiglio con delega agli Interni (Salvini) e agli esteri (Di Maio). Altri probabili ministri Lorenzo Fontana (Difesa), Giancarlo Giorgetti (Economia), l’ex renziano (fra gli estensori della “buona scuola”) Salvatore Giuliano all’Istruzione, Claudio Borghi, il grillino Riccardo Fraccaro o Armando Siri allo sviluppo economico.

Obiettivi del governo? Reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero, freno sull’immigrazione incontrollata.  La scuola (alla faccia di coloro che hanno invocato i 5 Stelle ed ora si ritrovano ministro un ex renziano) non è la priorità.  E se i cosidetti “populisti” riuscissero ad abolire la riforma Fornero e a realizzare il reddito di cittadinanza?   A parte il fatto che ben difficilmente riuscirebbero a realizzare entrambe le riforme (sia dal punto di vista temporale che economico), se ce la facessero il Pd scomparirebbe totalmente. Le ragioni del voto di tanti elettori di sinistra a Lega e Movimento 5 Stelle sono proprio per la totale assenza del Pd renziano di riforme di sinistra. Il Pd, dal canto suo, non con il solo Renzi ma con quasi tutti i suoi esponenti (salvo qualche rarissima eccezione) continua a rivendicare le “grandi riforme” realizzate: buona scuola, jobs act, decreto salva banche. Non contenti di questo dirigenti ed elettori Pd ritengono di non avere sbagliato nulla e scaricano la colpa della sconfitta sugli altri: “i demagoghi e populisti” leghisti e pentastellati.  Se almeno una delle due riforme sarà realizzata scomparirà il Pd. Flat tax e abolizione della riforma Fornero erano cavalli di battaglia di Matteo Salvini, mentre il reddito di cittadinanza era (ed è) l’obiettivo numero uno dei pentastellati. Se vi sarà l’abolizione della riforma Fornero sarà una vittoria di Salvini, se invece sarà realizzato il solo reddito di cittadinanza sarà la vittoria di Di Maio. E se invece il governo Salvini/Di Maio non realizzerà i suoi obiettivi si prevede una risalita del Pd e di Forza Italia. Silvio Berlusconi è stato comunque riabilitato.

 

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