Libri da leggere e regalare per Natale

Alcuni libri che consiglio per Natale (non solo il mio visto che è il libro di cui tutti parlano senza averlo letto ahahah) ma Luciano Bianciardi LA VITA AGRA (storia di una persona che voleva dare fuoco al Pirellone…), il cofanetto curato dalla figlia Luciana Bianciardi (che sarà mia ospite su Radio Free Live e sulle altre emittenti del circuito), e per i patiti di radio, tv e sport, Nando Martellini al limite del ricordare a cura di Cesare Borrometi e Pino Frisoli.

Non ho mai conosciuto (anagraficamente) personalmente Luciano Bianciardi ma le sue opere mi hanno entusiasmato, pur con le debite differenze, lo trovo affine ad altri due “irregolari” che ho avuto il privilegio di conoscere: Giorgio Gaber e Gianfranco Funari. La vita agra fu un successo di critica e di pubblico, ma Bianciardi, anarchico irregolare, non se ne capacitò: “avevo scritto un libro incazzato e speravo che si incazzassero anche gli altri. E invece è stato un corteo di consensi, pubblici e privati, specialmente a Milano. Dice Giancarlo Fusco che se questa città tu la aggredisci da buon pugile, la città è leale, accetta il combattimento, e dopo ti stringe la mano. Io non ci credo. Questa città è vile, perché prende a calci in bocca chi sta male, e si fa generosa con chi ha fortuna. Ora staremo a vedere. Per adesso non so proprio che altro libro scrivere. Non sono capace di buttarne fuori l’uno l’anno, come Cassola, temo fortemente che il prossimo lavoro non varrà quanto LA VITA AGRA. Ne venderò magari centomila copie, ma non riuscirò a metterci dentro la violenza del serpentone… L’aggettivo agro sta diventando di moda, lo usano giornalisti ed architetti di fama internazionale. Finirà che mi daranno lo stipendio mensile solo per far la parte dell’arrabbiato italiano. Il mondo va così, cioè male, ma io non ci posso fare nulla. Quel che potevo l’ho fatto, e non è servito a niente. Anziché mandarmi via da Milano a calci nel culo, come meritavo, mi invitano a casa loro…”
Dopo anni duri e difficili arrivò il successo di pubblico e il riconoscimento della critica, ben presto avvelenati da numerosi processi: due personaggi del libro che si erano riconosciuti nel romanzo e verso i quali lo scrittore non aveva operato alcuna “trasfigurazione” in negativo, citarono Bianciardi per danni: poco dopo l’editore Bompiani intentò causa perché La battaglia soda era stata pubblicata da Rizzoli.
Bianciardi visse in perpetua solitudine, emarginato negli anni bigotti dell’Italietta di Scelba, isolato in quella rivoluzione dei costumi, fine anni Sessanta. Fu contemporaneamente in anticipo sui tempi e in imperdonabile ritardo. Non credeva in nulla che avesse a che fare con le ideologie. Odiava le congreghe degli intellettuali, sbeffeggiava i funzionari di partito e gli iguana delle case editrici, amava solo Garibaldi, ma perché non c’era più… Cercò di essere un uomo libero, ma dentro rimase prigioniero delle sue radici, maremmano, geloso, possessivo, ossessionato dal sesso, oppresso dai sensi di colpa. Restò per sempre un uomo incapace di affrontare il proprio tempo, se non in una condizione solitaria, fu un inguaribile perdente.
La vita di Bianciardi oltre che agra fu breve, la sua fu la storia di una guerra privata contro Milano, una “solenne incazzatura”, fu il suo modo di tirare le somme di una vita passata a Milano con la Maremma nel cuore e la voglia lasciarsi andare…. Nel 1971 venne ricoverato d’urgenza all’ospedale San Carlo di Milano dove morì il 26 ottobre, diagnosi: cirrosi epatica. Luciano Bianciardi non compare nelle antologie scolastiche, anche dopo la morte (e nel centenario della nascita, era nato nel 1922) è poco ricordato, non mi stupisce, era una persona non allineata, scomoda sia alla destra che alla sinistra.”

Massimo Emanuelli

“La spiaggia di Terracina… nei pomeriggi d’estate di quei primi anni ’60 era poco frequentata… Puntualmente verso il tramonto si profilava sul lungomare la sagoma inconfondibile di un signore molto alto che scendeva per una passeggiata dalla sua casa affacciata sul litorale. Era come un segnale per noi: da quel momento ognuno cercava di combinare qualcosa di speciale per segnalarsi ai suoi occhi perché quel signore era Nando Martellini, voce del calcio, e tutti si teneva a fare bella figura davanti a chi ogni settimana raccontava le gesta dei nostri eroi: non avrei mai immaginato che un giorno avremmo lavorato insieme e che mi avrebbe riservato un’amicizia sincera e quasi paterna. Tessere oggi le lodi del Martellini giornalista e telecronista principe può sembrare un elogio alla normalità… Gli articoli di Nando raccolti quasi con devozione da due storici appassionati della tv d’epoca come Borrometi e Frisoli, ci restituiscono le atmosfere di un calcio che non c’é più… Questo libro insomma oltre che un doveroso omaggio a un grande collega è anche un viaggio a bordo della macchina del tempo. Mi metto al volante anch’io, per ritornare ancora una volta su quella spiaggia di Terracina. Li, al mattino, la presenza degli ombrelloni non consentiva partite a pallone… La mattina dovevamo fermarci qualche istante per lasciare passare un signore in giacca, cravatta, calze e scarpe stringate. Aveva una frezza bianca di capelli, ed era accompagnato da uno o due uomini vestiti di tutto punto. Era Aldo Moro, proprietario di una casetta nei pressi del lungomare, che si faceva la sua passeggiata quotidiana e, come ho letto successivamente dal bel libro di memorie di sua figlia Agnese, non concepiva, per rispetto, di adottare un abbigliamento da spiaggia. Il suo nome, ovviamente, lo conoscevamo. Quello di chi lo accompagnava, il Maresciallo Leonardi lo avremmo tragicamente scoperto qualche anno dopo, il 16 marzo 1978. Stiamo parlando davvero di un’altra Italia.”

Dalla prefazione di Massimo De Luca

“Non ho mai incontrato Massimo Emanuelli, ma ne conoscevo la competenza e la passione, ambedue dedicate alla radio. Da anni dietro ad un microfono, Emanuelli appartiene a quel gruppo di professionisti legati a questo medium antico e sempre nuovo, perché agile, snello, efficace, immediato, fantasioso, originale, insuperabile, semplice e non facile. Semplice, perché agile, snello, efficace, immediato, fantasioso, originale, insuperabile. Non facile per gli stessi motivi da non ripetere ancora una volta. Chi fa la radio deve costruire un percorso, elaborare un pensiero, immaginare come comunicarlo, fare in modo di trasformare le parole in immagini nella mente dell’ ascoltatore. È il teatro della mente nel quale chi ascolta è parte attiva esattamente come chi parla dietro a quel microfono. Chi ascolta è al tempo stesso scenografo, regista e autore così come lo è chi parla….  Oltre 1200 pagine, ma non è un po’ troppo lo spazio dedicato alla radio da Massimo Emanuelli. Sono pagine ricche, dense, documentate, avvincenti, precise, preziose, curiose, colorate, musicali, autobiografiche, leggere, coinvolgenti, interessanti e potrei andare avanti in positivo. Naturalmente Con parole mie.”

Dalla prefazione di Umberto Broccoli



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