Candidato sindaco del centro desta fumata nera. E intanto i sinistri già annunciano la vittoria di Sala…

“Partita finisce quando arbitro fischia” diceva il grande allenatore Vujadin Boškov , “elezioni finiscono quando ultima scheda è scrutinata” dico io che ho seguito tutte le elezioni amministrative dal 1985 al 2016 come giornalista e, nel 2016, come candidato sindaco perdente. Ne ho viste di tutti i colori, ho studiato la storia di Milano e scritto un libro sui sindaci, ho conosciuto personalmente tutti i sindaci di Milano da Aldo Aniasi a Beppe Sala (e, da quando vi è l’elezione diretta del sindaco, anche i loro sfidanti), non ho mai sbagliato, da quando c’è l’elezione diretta del sindaco, il pronostico. Sia chiaro posso sbagliarmi anch’io, sarebbe la prima volta, non ho la supponenza di chi spostando un solo voto a Milano e magari non essendo residente in Milano città o vivendoci da pochi anni, annuncia nomi dei candidati e il vincitore.

Per fare il sindaco di Milano, diceva Indro Montanelli, occorre vivere in città da almeno vent’anni, conoscere i quartieri, avere un’età media, né troppo giovane, né troppo vecchio. I novelli Montanelli e i sinistri sostengono che Beppe Sala abbia già vinto, che non ci sarà partita, poveri untorelli che pensano di spiantar Milano (cit. Alessandro Manzoni) consiglio a questo punto al centrodestra di non presentare nessuno (ahah). I sinistri parlano di alchimie, liste a sostegno di Sala (il solo Pd non basta), aspiranti candidati al consiglio comunale in cerca di poltrone e posti al sole non tengono in considerazione, presi come sono a cercare posti di potere, in un’autoreferenzialità eccessiva, molti fattori. Diverso l’atteggiamento di alcuni consiglieri comunali in carica con i quali mi diverto messaggiando via watsup, alcuni aspettano da me di conoscere chi sarà il candidato del centrodestra. Non essendo del centrodestra posso solo ipotizzare i papabili, come altri giornalisti, nemmeno Enrico Mentana però a questa sera era a conoscenza del nome.

La riunione fra Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi prevista per oggi o non si è svolta oppure la decisione da prendere sul candidato sindaco del centrodestra è stata rimandata, qualcuno (non certo sempliciotti che spostano a malapena un voto in città) mi ha informato che la decisione potrebbe essere anche demandata a dopo Natale. Il procastinare la scelta del candidato sindaco presumo sia originata da contrasti interni alle tre forze del centrodestra. Ecco il punto non posso dirmi certo della vittoria di Sala (da anarchico-liberal-socialista-padano ho sempre il dubbio, insito nel mio Dna), ma credo che la vittoria di Sala possa essere determinata soltanto da un clamoroso autogol del centro destra.

Nove sono i nomi che circolano fra i giornalisti (forse me ne è sfuggito uno però): Ferruccio Resta, Maurizio Lupi, Roberto Rasia Dal Pollo, Paolo Del Debbio, Paolo Veronesi, Maurizio Dallocchio, Simone Crolla, Alessandro Marangoni, ex prefetto di Milano e mister X. Senza avere la presunzione dei sinistri o degli “untorelli” ritengo che con tutto il rispetto di questi candidati (quattro li conosco personalmente, con uno ci siamo scambiati un messaggio veloce in questi giorni) soltanto uno di essi, forse il meno accreditato, abbia la possibilità di dare filo da torcere a Beppe Sala e magari di batterlo giocando, oltre che sulle proprie forze su ben dieci fattori, mi limito a svelarne due, quelli più leggeri e divertenti: il fattore C (parolaccia, diciamo fortuna), e il fattore P (pazzia, si a Milano ci sono alcuni pazzerelloni che si divertono a far perdere qualcuno e a far vincere qualcun altro….). Posso comprendere il temporeggiare del centrodestra, la scelta è difficilissima e poi vi potrebbero essere contrasti interni, non essendo io del centrodestra non avrei dubbi sulla scelta del nome (uno dei nove che circolano).

Un collaboratore del sindaco Sala (o sedicente tale) oltre a considerare Sala già vincitore sbeffeggia non solo i candidati del centro destra, compreso colui che a parer mio può essere l’unico vero competitor di Sala, ma anche tutte le liste e i candidati sindaci minori, sputando fra l’altro nel piatto dove ha da sempre mangiato in prima Repubblica.. Questa persona, non è l’unica sia chiaro, vede in Sala e nella sua coalizione una “ Armada Invencible” e considera delle Armate Brancaleone non solo il centrodestra ma anche le liste minori.

Si ci sono liste e candidati sindaci minori, che meritano rispetto che potrebbero essere decisivi al ballottaggio, o, addirittura, al primo turno, se uno dei due maggiori competitor saprà dialogare con loro. Per le piccole liste non vi è spazio, mi faceva giustamente notare un consigliere comunale, però nel 2016 furono fondamentali per la sconfitta di Parisi, continuo a ripetere da allora che le elezioni non le vinse Sala, ma decise di perderle Parisi il quale, da me intervistato due anni dopo, con onestà intellettuale ammise di avere commesso un paio di lievi errori di distrazione che però gli furono fatali.

Nicola Pasini, politologo e docente di scienze politiche all’Università Statale di Milano, ha giustamente parlato di una Milano “più gentile”, più concreta e più attenta alle relazioni, che sappia ricucire le ferite di una comunità sconvolta dalla pandemia di Covid19. Alle prossime amministrative del 2021, per cui si è ricandidato il sindaco Giuseppe Sala, vincerà “chi dimostrerà di voler fare sistema, con meno chiacchiere e molta concretezza, perché da ricostruire c’è molto”, “Non è il momento in cui si può promettere e poi non mantenere. Tutti i candidati, a partire da Sala, devono passare da questo esame della serietà e della sobrietà”, sottolinea il professore in un’intervista all’Adnkronos.

Milano è oggi una città disorientata, sottolinea Pasini: “un anno fa era lanciatissima, era come un’auto che andava oltre il limite e a un certo punto si è trovata a fare un’inversione a U e una curva di 90 gradi”. Lo shock del Covid19 ha mandato in fumo la Milano euforica, dei mille eventi, che subiva il fascino della frenesia cavalcata dal sindaco sul solco di Expo 2015, l’evento che più di ogni altro “ha dato a Milano un’identità, facendola entrare nel grande flusso della globalizzazione”. Il Covid e alcune uscite “a capocchia” (espressione di Vincenzo De Luca) del sindaco Sala (non molte ma sufficienti a fargli perdere dei voti, pochi o molti che siano) potrebbero cambiare qualcosa. Certo da quando Sala ha annunciato di volersi ricandidare almeno non sconfina in settori non suoi, o perchè ha capito che la ricerca di voti da parte di alcuni elettori gliene portava via altri, o perchè cerca di evitare “uscite a capocchia”, chissà se chiederà scusa ai cittadini (lo ha già fatto una volta). Continua Pasini: “ora, è il momento di riflettere e capire, a fronte dei traumi sanitari, “come ridisegnare la morfologia della città, perché non diventi una Milano ‘drogata’ da impulsi esterni, ma una città che deve ritrovare una sua nuova identità”. Forse più introspettiva, lenta ma non troppo, perché “i fondamentali rimangono ancora quelli, è la città della conoscenza, del sapere biomedico, delle università, degli imprenditori”.

Ma ora c’è una criticità forte: “Con il coronavirus, Milano si è impoverita dal punto di vista materiale. Chi soffre di più è anche chi aveva già problemi quando Milano andava bene. Certo, ci si può rialzare in fretta, Milano è una città operosa, che vuole fare da sé, ma serve maggiore attenzione alle fragilità e alle fasce deboli”.

E dunque serve al futuro candidato pragmatismo, ma anche visione, capacità di immaginare la Milano del 2030. Oggi, sostiene Pasini, “è difficile fare elaborazione nei partiti politici, che sono sempre più contenitori vuoti, sia a livello nazionale che locale”. Con il lockdown, “è peggiorato lo smarrimento rispetto alla politica in generale”. Alle prossime amministrative, “le coalizioni rimarranno distinte, sì, ma sarà molto importante come si presenta il candidato dal punto di vista della personalità”.

Oggi, “i cittadini sono più disincantati rispetto alle ‘sirene’ dei partiti e dei centri poteri, che contano molto meno rispetto al passato. Le preferenze, ormai, si modellano con i social”.

Milano nella sua storia – sosteneva Indro Montanelli – ha sempre scelto se non il meglio il meno peggio. Mi auguro, da cronista e da milanese che il centrodestra scelga il miglior candidato per combattere ad armi pari con Sala, anche se sarà durissima, scegliere un candidato sbagliato non farà altro che convincermi (senza avere l’arroganza e la presunzione degli ultrà di Sala) che la vittoria del sindaco uscente è probabile (non certa…).

Le caratteristiche del sindaco di Milano dell’era covid (o post covid speriamo, prima o poi finirà, ‘è finita la spagnola, sono finite altre pandemie). Essere politicamente vergine, non legato in alcun modo al passato politico della metropoli, essere un ottimo manager, saper interloquire con tutti (dalla vecchietta al docente universitario, dalla borghesia produttiva al sottoproletariato), essere indipendente dai partiti che lo sostengono (come lo fu Albertini e come in parte, ma soltanto in parte, è stato Sala), media età, avere anche il coraggio (Albertini lo fece in più di un’occasione) di essere critico anche con la coalizione che lo sostiene, non fare dichiarazioni che spaventano i moderati, essere alieno dagli estremismi (Milano non ha mai tollerato gli estremismi), essere un ottimo comunicatore non trascurando alcun mezzo di comunicazione, sapere ascoltare, leggere e non essere autoreferenziale e chiuso nella torre d’avorio dei palazzi e dei partiti. Essere concreto (alle parole far seguire i fatti, pur con le difficoltà del periodo storico che stiamo vivendo), non fare dichiarazioni avventate ma sagge (nel dubbio tacere, il bel tacer non fu mai scritto), nell’era covid molti politici locali e nazionali hanno sparato assurde tesi poi smentite dai fatti, saper scegliere gli uomini giusti e metterli nei posti giusti evitando di costernarsi di yesman pronti ad adularlo e a scaricarlo per convenienza o a fargli perdere consensi, forse meglio (o meno peggio) consiglieri critici ma che lavorino per il bene della città e del primo cittadino stesso.

Troppe cose insieme, sia chiaro nessuno è perfetto, ma avere il 90% di tali caratteristiche non sarebbe male. Senza andare troppo a ritroso (in un altro articolo molto lungo e nel libro Accadde a Milano notizie personaggi e sindaci dal dopoguerra ho esaminato le caratteristiche dei sindaci di Milano da Antonio Greppi a Gabriele Albertini) mi soffermo sui sindaci della seconda Repubblica, da quando vi è l’elezione diretta del sindaco. Marco Formentini vinse perchè ebbe dalla sua i media che fecero una campagna giustizialista, perchè la Lega di Bossi (totalmente diversa da quella attuale, nel bene e nel male) intercettava gli umori dei milanesi, ma anche per gli errori dell’avversario (non tanto della persona Dalla Chiesa ma della coalizione che lo sosteneva). I milanesi pragmatici però dopo quattro anni di amministrazione formentiniana punirono il sindaco uscente che venne sconfitto da Gabriele Albertini. Albertini aveva quasi tutte le caratteristiche sopra elencate, anche se era sconosciuto fino a quel momento dai milanesi. Ebbe dalla sua gli errori di Formentini (più che gli errori l’immobilismo dell’ex primo cittadino), il berlusconismo nascente, la pragmaticità, lo spirito meneghino (“te lavuret semper”), l’ennesimo errore della sinistra post comunista nella scelta dal candidato sindaco e, infine, il suo carattere. Amministratore di condominio, come aveva promesso di essere, definito da subito spigoloso, intransigente, Indro Montanelli disse: “lo voterò perchè è antipatico” (in una recente intervista lo stesso Albertini mi ha spiegato cosa intendeva Montanelli per antipatico, cioè non piacione), eppure seppe, cosa che sfuggì ai più, rendersi simpatico al cospetto di un irregolare ai suoi antipodi, Gianfranco Funari, allora suo avversario in pectore e di due piccoli Funari… questa fu, in piccolissima parte la sua fortuna, oltre al fatto che Funari sciolse la lista. Albertini scelse il meglio della Milano (o, come diceva Montanelli, “il meno peggio) di allora non solo in giunta ma anche in posti marginali. Quando si ricandidò nel 2001 non ci fu partita, era, come avevo previsto, pur senza fare la campagna elettorale, la “cronaca di una vittoria annunciata”. Era però un momento favorevole per Milano, che lo stesso Albertini aveva rilanciato, non c’era il covid, e, ancora una volta, la sinistra sbagliò il candidato. Gabriele Albertini, dopo Beppe Sala, è il sindaco della seconda Repubblica che ho conosciuto meglio, eppure ci diamo sempre del lei, cosa positiva.

Nel 2006 Letizia Moratti vinse, anch’essa al primo turno, sia per i propri meriti ma, per l’ennesima volta, per gli errori della sinistra, forse i più madornali commessi, sia nella scelta dell’ex prefetto di Milano Ferrante come candidato (che fino a qualche settimana prima secondo rumors giornalistici doveva essere il candidato del centrodestra) che per il trionfalismo degli ultrà che già annunciavano la vittoria di Ferrante. Infine una serie di errori madornali dello stesso Ferrante sui quali non voglio tornare essendo passati molti anni. Nel 2011 arrivò la sorpresa (non tanto per chi da anni seguiva la politica milanese), la sinistra tornava al governo di Milano dopo diciotto anni. Sulle ragioni della sconfitta di Letizia Moratti sono stati pubblicati due libri, errori durante il suo mandato, l’avere trovato (casualmente e a sorpresa, il candidato della sinistra avrebbe dovuto essere Stefano Boeri, poi le primarie furono vinte da Giuliano Pisapia) il candidato giusto. Pisapia, pur più a sinistra del Pd, incarnava i valori borghesi e popolani oltre a non essere mai stato un giustizialista, inoltre l’elettorato moderato era stanco della signora Moratti che non si recò a votare o, per ripicca, sostenne Pisapia, oltre al fatto che alcuni milanesi (pochi o molti che siano) se un primo cittadino, a parer loro, sbaglia, cambiano il voto. Quel che mi colpì fu il fatto che allorquando Letizia Moratti annunciò la sua ricandidatura organizzò una manifestazione in centro, presenti erano una decina di persone (alcuni suoi assessori ed alcuni giornalisti), da questo piccolo ma significativo esempio compresi che non sarebbe stata una campagna elettorale facile per il primo cittadino.

Resta un mistero la non ricandidatura di Pisapia nel 2016, non avendo seguito professionalmente le vicende di Palazzo Marino dal 2011 al 2015 e non avendo confidenza con l’ex primo cittadino non posso avanzare ipotesi. La campagna elettorale del 2016 mi vide direttamente coinvolto come non mai, non ero più soltanto un cronista ma candidato sindaco per una lista minore. Ritrovai Stefano Parisi, che non vedevo da anni, ed ebbi l’occasione di conoscere Beppe Sala. Da quattro anni ho cercato di porre fine ad una leggenda metropolitana che racconta che la mancata presentazione della lista Sosteniamo Milano fu la causa della vittoria di Beppe Sala, in parte ci sono finalmente riuscito, anche se continuo a sostenere che le elezioni non le vinse Sala, ma decise di perderle Stefano Parisi. Vi furono altri fattori che lo stesso Parisi, con onestà intellettuale riconobbe nel 2018 nel corso di un’intervista che mi concesse, altre furono le liste che non sostennero Parisi, Sosteniamo Milano era solo una pulce, anche se Sala (anche allora considerato invincibile) al primo turno era in testa per 5000 voti, che il vantaggio psicologico di essere in testa sia stato il primo fattore? Non credo, ma Parisi davanti a Sala al primo turno forse sarebbe stata altra partita soltanto dal punto di vista piscologico. Si arrivò al ballottaggio e Parisi, è bene ricordarlo, perse per soli 3000 voti, sfatando quell’assurda leggenda metropolitana ritengo sia stato il non voto o il voto per Sala per ripicca di alcuni elettori non politicizzati, di altre liste minori e, mia impressione forse sbagliata, da quanto mi confidarono al primo turno alcuni elettori (limitatamente ad una zona di Milano) di uno dei partiti della coalizione di centrodestra.

Milano 2021? Pur senza avere le certezze dei sinistri e di persone che “votano a capocchia” (espressione di Vincenzo De Luca), ritengo anche io Sala favorito visto che il centrodestra non ha ancora scelto il proprio candidato (ulteriori ritardi potrebbero essere nocivi al centrodestra), che ha il vantaggio di essere il sindaco uscente (però ricordo che Marco Formentini e Letizia Moratti persero dopo avere amministrato la città e che il covid finito o no, potrebbe sfalsare i risultati). E poi ritorno sulla storia di Milano, i milanesi (pochi o molti che siano) il voto lo hanno spesso cambiato. E, infine, ripeto per l’ennesima volta, dipende da chi sarà il candidato del centrodestra.

Pronostico già sicuro? O vince Sala o vince il candidato del centrodestra, mica vinco io, Roberto Bernardelli (che saluto), Giovanni Cafaro (saluto anche lui), il candidato dei 5 Stelle, dei liberali e dei socialisti (verso questi ultimi due ho gran rispetto, come di tutti gli ipotetici avversari sia chiaro).

I candidati sindaco per Milano 2021, qualcuno rinuncerà

Centrosinistra (Beppe Sala)

Centrodestra (da definire)

Movimento 5 Stelle (Stefano Buffagni?)

Sinistra (Basilio Rizzo?)

Grande Nord (Roberto Bernardelli?)

Rinascimento Italiano Sgarbi (Morgan?)

Movimentiamoci (Giovanni Cafaro)

Sosteniamo Milano (Massimo Emanuelli) Emanuelli io non lo voto proprio perchè lo conosco ahahah

Partito Liberale Italiano Pli (candidato da definire)

Partito Socialista Italiano (candidato da definire)

Sosteniamo Milano? Con i liberali e i socialisti?

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